L’Aurora dei Sardi
Si dice fin troppo spesso che la “storia” inizi dal momento in cui si rinvengono documenti scritti, in realtà, per chi concepisce la Storia non solo come un susseguirsi di vuoti eventi e di date, la storia è la storia dei popoli, della loro lotta per l’esistenza, del loro sviluppo, apogeo e caduta.
La storia è quindi registrazione non di fatti di uomini, e a parlare è sempre la loro cultura, che ci parla non certo solo con la cosiddetta “scrittura” ma con monumenti che per la maggior parte restano ancora muti seppur custodiscano a tutti gli effetti un linguaggio, un messaggio, un codice che attende solo di essere decifrato.
Ci dicono per esempio che la “storia della Sardegna”, noi diciamo “dei Sardi”, inizia con la cosiddetta “stele di Nora”, che sarebbe scritta in “lingua fenicia”. I prodigi della linguistica moderna sono quindi riusciti a decifrare con sicurezza questa lingua e alfabeto, ad attribuirlo a un popolo denominato “fenicio”, ma ancora non riesce a decifrare la lingua etrusca, il suo alfabeto, né sa in che modo collocarla con questo cosiddetto popolo di cui, a oggi, si dibatte senza via di uscita sulla sua origine.
Noi cercheremo di affrontare la storia in un modo del tutto “antistorico”, nel suo spirito di contestazione alla storia cosiddetta “accademica”, ma sempre seguendo una stretta logica data da reperti innegabili e innegabili fattori di civiltà riguardanti il popolo Sardo e la sua terra.
Tale popolo appare a oggi come realmente unico nel suo genere, in particolare per quanto riguarda il rapporto che intercorre tra esso e la sua terra. I Sardi sono infatti forse l’unico popolo i cui confini territoriali corrispondono esattamente ai suoi confini etnici.
L’insularità della sardegna è quindi parte di questa unicità ma non ne è la risposta fondante, questa risiede piuttosto nel carattere del Popolo Sardo, la cui natura lo ha portato a tenersi saldo in quest’isola e anzi a trovare in essa lo spirito della sua stirpe millenaria, e non viceversa. Lo dimostra il fatto che all’interno dei stessi sardi si possono individuare ancora oggi talune isole genetiche che, se pur non distanti dal resto del patrimonio genetico sardo, hanno mantenuto per millenni la loro originalità, così come tutta la stirpe sarda nel suo complesso l’ha mantenuta rispetto al resto del Mediterraneo, tanto da far apparire la denominazione dei Sardi quali “mediterranei” solo come una classificazione di comodo di ordine più geografico che etnico. A questo riguardo sarebbe meglio in futuro adottare classificazioni di tempo “temporale-etnico”, alcuni termini quali “paleoeuropei” o “indoeuropei” (a seconda di quali popoli e culture si affrontano) appaiono già più appropriati.
L’indoeuropeistica moderna, nata all’inizio come ricerca di un’unicità linguistica primordiale non ha potuto evitare di diventare ricerca antropologica tout-court, e quindi di associare chiaramente al presentarsi di una determinata lingua anche l’avanzare di una cultura e di una razza.
Nel caso dei sardi, a oggi parlanti una lingua indoeuropea di tipo romanzo, a seconda dei periodi storici o convenienze politiche gli si è attribuita origine “semitica”, “ariana”, “anariana”, “etrusca”, “pelasgica” ecc. Sulla stessa lingua si è preteso di farla risalire ineccepibilmente al Latino del periodo imperiale, alcuni fantasticano anche di “origine spagnola”, per la presenza di qualche vocabolo acquisito durante la dominazione iberica.
In pochi sanno che esistono documenti risalenti all’XI secolo scritti in Sardo Campidanese, che ovviamente non è una “italianizzazione” del sardo logudorese, oppure chi fantastica di una palese origine iberica dei cognomi sardi, chi conosce un minimo di storia sarda sa che nei firmatari della “Pace di Eleonora” del 1388 compaiono già quelli che sono tutt’ora i principali cognomi sardi, poche volte con leggere variazioni, prima che qualunque “spagnolo” immaginasse di trasferirsi in Sardegna e col suo cognome a oggi colonizzare tutta la Sardegna (!) (I pochi cognomi di reale origine iberica sono chiaramente identificabile e storicamente rintracciabili in determinate famiglie per lo più appartenenti alla cosiddetta “nobiltà” che si insediò in Sardegna dopo l’invasione subita dagli Aragonesi).
Questo esempio per ragionare su un fatto: se dopo 700 anni in cui si è verificato un sempre maggior cambiamento storico interno ed esterno all’isola, un sempre maggior contatto con altri popoli anche molto lontani, si presenta davanti a noi un quadro pressochè invariato dell’identità onomastica, quindi genetica, dei Sardi, immaginiamo quindi se nei (poniamo anche due) millenni precedenti vi possa essere stato un reale e radicale cambiamento etnico (e azzarderei anche a dire linguistico) di quello che è sempre stato il sostrato originario degli abitanti di quest’isola, in tempi in cui arrivare in Sardegna non era certo prendere un volo low coast, ad accogliervi non erano Hotel con piscina, e la televisione non trasmetteva programmi in lingua straniera.
A conferma di ciò del resto ci sono le sempre più numerose conferme scientifiche riguardanti l’ “originalità” e “originarietà” del DNA dei Sardi.
Il reperto umano più antico rinvenuto ufficialmente in Sardegna, ad oggi è una falange appartenente a un uomo del genere “sapiens” di 22 mila anni fa.
Nella grotta Su Coloru e Su Pistoccu ad Arbus, nel 2011, viene rinvenuto a pochi metri dalla spiaggia, uno scheletro completo risalente a 12 mila anni fa, connessione interessante con il rinvenimento, nella stessa zona di uno scheletro ricoperto di ocra rossa e accompagnato da una grande conchiglia di Tritone. Nel 2007 furono rinvenuti altri scheletri datati all 8400 a.c. Sono scoperte interessanti che per la collocazione e la modalità di sepoltura ci fa pensare all’ “Uomo dei Balzi Rossi”, a Ventimiglia. Chi ha potuto osservare da vicino i resti questo, nella sua figura più bella dell’ “Uomo di Mentone” si è trovato davanti un guerriero alto quasi due metri, steso su un fianco in posizione raccolta, il cui profilo e cranio presagiva l’immagine degli Eroi dell’Iliade. Un
uomo di tipo “nord-europeo”, insieme a donne e famigliari di tipo più mediterraneo. Anch’essi si circondavano di conchiglie, utensili in selce, punte di lance e pugnali. Siamo forse in presenza di un primo collegamento tra le coste della Sardegna e le coste di quel mondo euro-occidentale che come vedremo ci accompagnerà sino alla metà del I millennio a.c. In una vicinanza sempre più intima tra la Sardegna, il suo mondo megalitico, e tutto quel mondo Atlantico-mediterraneo che dalle Isole britanniche passando per il Nord Europa, la Francia e la Penisola Iberica giunge in Italia sino al Piemonte, e là si ferma, davanti all’inizio degli insediamenti dei precursori dei Villanoviani, ma un ponte solidissimo univa quel mondo sia nel suo lato continentale che non su quello isolano. Millenni in cui si è formata la reale e attuale struttura culturale e genetica dei sardi, davanti a cui i pochi secoli di colonialismo economico e linguistico prima spagnolo e poi italiano valgono meno nella loro infuenza di quanto la cultura Inglese abbia potuto influenzare la millenaria cultura Indiana.
Le cosiddette “tombe dei giganti” della Sardegna sono strutture megalitiche accostabili per la loro forma e funzione ai Long Barrows britannici, agli Allees couverten francesi e i Gigantia maltesi: ne esistono circa 800 censite a oggi in tutta la Sardegna. Esse rappresentano delle tombe a corridoio, composte da un esedra esterno, in cui spesso sono posti dei Menhir. La loro collocazione è quasi sempre su alture. Abbiamo avuto modo di visitare in occasione del Solstizio d’Inverno del 2017 il sito di Is Concias, non troppo lontano da Cagliari.
Dopo aver risalito un suggestivo paesaggio collinare che fa da barriera tutto intorno giungiamo sul luogo immerso nel verde. La prima impressione è quella di trovarsi davanti a una scenografia di un film quale potrebbe essere “Conan il Barbaro”. Pare che queste strutture siano state utilizzate come sepolture collettive, o per inumare gli Eroi che la stirpe sarda ha onorato per secoli. Oggi l’ “archeologia ufficiale”, archeologia che non è una scienza e che oggi va avanti secondo i dettami materialisti e sconnessa dalle forze primordiali del popolo, dal suo spirito. Se Aristotele ci informa che “I sardi usano dormire presso i loro eroi per risanarsi”, dobbiamo pensare a un rituale di “incubatio”, che durava 5 giorni, all’interno della tomba, posto sulla pietra squadrata che si trova in fondo alla camera e che abbiamo avuto modo di vedere, a mo di sedile. La guarigione attraverso il contatto con la madre terra passante per la forza degli antenati. Si ripete così il simbolo Nordico-primordiale della vita – morte – rinascita, così come tutte le tradizione Arie l’hanno sempre concepito. Dobbiamo ritenere del tutto sorpassate e prive di fondamento alcune visioni che vorrebbero una specie di contrapposizione tra “culti solari” e tutto ciò che si riferisce alla terra europea, alla natura, al principio generativo o materno. Al contrario, questi sono elementi che dai tempi delle prime grandi migrazioni delle tribù di navigatori di Thule si sono diffuse in tutta europa (dal baltico, alle isole britanniche, la Spagna) e il Mediterraneo, Italia e Sardegna compresi.
Occorre dire che di tutte queste costruzioni megalitiche, oltre ai nuraghi (la Sardegna è la regione mediterranea più antica), compresi dolmen e menhir che in Italia si ritrovano solo in alcune aree del nord e, senza presunzione, in misura irrisoria rispetto al numero di siti sardi, la Sardegna è forse la regione europea più ricca. Se in Sardegna, per ogni sito megalitico, di menhir, dolmen, tombe dei giganti, domus de Janas, si dovessero costruire musei “preistorici”di alcuni tipi che abbiamo visitato altrove, forse queste strutture arriverebbero quasi a lambirsi l’un l’altra. Basta vedere i tipi di “steli antropomorfe”, armate di pugnale e spada, adornate con le spirali, per capire a prima vista che la Sardegna è stata investita per secoli dall’influsso proveniente dall’Europa centrale e settentrionale. Se in tutto il mediterraneo si ritrova un’altra area, magari presumibilmente “fenicia” (popolo tanto amato dagli ex oriente lux) del mediterraneo orientale, presentante lo stesso tipo di strutture, risalenti a un periodo precedente magari, allora si potrebbe anche dire che la Sardegna sia una continuazione della “civiltà mesopotamica” come vorrebbero alcuni, “inevitabilmente mediorientale”: la realtà e la concretezza della Pietra, immersa nei boschi di quercia però che ci parla di tutt’altra cultura, ci parla di uomini intrepidi, non di mercanti, venuti da occidente sfidando il mare, e originari di luoghi ancora più lontani, a dircelo solo quelle statue di Eroi, dall’aspetto fisico ben poco “orientale” che nella penisola del Sinis guardano a Occidente.
Le tombe dei giganti si inseriscono quindi in quelli che erano nient’altro che i culti solari del popolo nordico-primordiale, di Atlantide, di Thule. Ancora oggi il tipo più nobile di Sardo è l’erede di questa razza primordiale.
Le moderne ricerche genetiche odierne dovrebbero essere rivolte proprio a svelare la reale origine etnica di quei resti umani che ci dicono essere stati ritrovati in questi luoghi, ma che stranamente… non si trovano esposti in nessun museo antropologico o archeologico sardo, se non per pochi crani genericamente definiti “dolicocefali” e “brachicefali” magari secondo visioni totalizzanti risalenti all’antropologia tutta italiana dei primi del novecento.
Nel sito di Is Concias, addentrandoci tra gli alberi oltre la tomba (tombe che un tempo erano ricoperte di terra a tumulo) ci troviamo di fronte a grandi massi rovesciati o stranamente sovrapposti, alcuni di mole titanica. Che la natura non crei da se pietre squadrate a parallelepipedo è cosa risaputa, eppure tutto questo sembra quasi per per gli archeologi non esista. La natura non modella neppure forme di archi o volte, eppure queste “strane” pietre si trovano in prossimità di ogni luogo megalitico, non solo in Sardegna. A un certo punto, saltando da un masso all’altro si giunge in una piattaforma di roccia, del diametro di cinque metri, all’orizzonte il sole tramonta, nulla ostacola la nostra vista, doveva essere forse questo il luogo del sacrificio, di quello che doveva essere un santuario solare, in una maniera non troppo dissimile da quello che era Extersteine per gli antichi germani. Dopo il tramonto l’ “iniziato-guerriero” scendeva accompagnato dai sacerdoti verso la Tomba, essa in realtà non era una tomba per i morti ma una tomba per i vivi. Là intorno erano sepolti gli antenati del Clan, ed egli andava a connettersi con loro. Questa concezione della morte e degli Avi, è del tutto nordica, perchè non risente di alcuna visione spaventosa riguardo ai trapassati, chi ha generato la nostra Stirpe infatti non può essere crudele o nemico dopo la morte.
Il giovane guerriero allora entrava dalla bassa porta immergendosi nell’oscurità della camera, ma subito si accorgeva di potersi ergere in piedi, quel buio che era l’ignoto e che poteva intimorire presto si trasforma in luogo accogliente che lo avvolge e forze potentissime lo arricchiscono, i suoi occhi iniziano piano piano a distinguere alcune forme, tocca il soffitto, fatto a spiovente, si ripone sul seggio in direzione dell’uscita da dove è entrato, orientata al sorgere del sole nel Solstizio. Compirà così nella notte la morte iniziatica e apparente, così come il sole apparentemente era morto al tramonto. All’alba i raggi del Sole Nuovo annunciano la resurrezione, intanto il Clan ha svolto nella notte i festeggiamenti propiziatori, e per sconfiggere la morte si sono concepiti dei bambini, la nostra discendenza. Così ora il giovane è un Guerriero, ha superato la morte, è un Nato due Volte, e proprio come un neonato esce da quella camera uterina, pone il suo giuramento sul Menhir posto all’uscita salutando il Sole Invitto che come forza immortale scandisce il sacro ciclo del tempo e delle stagioni.
AM
Sardegna
Nel Solstizio d’Inverno 2017
