Il Sole Ritrovato degli Shardana

Il megalitismo Sardo si inserisce a pieno titolo nel panorama megalitico europeo occidentale, ne costituisce anzi una delle più importanti emanazioni. I siti di periodo prenuragico ci restituiscono l’immagine di una società dominata da un’aristocrazia guerriera e sacerdotale che si differenziava dal resto della popolazione per le sue sepolture singole e la conoscenza sopraffina del movimento degli astri, lo scandire delle stagioni, e pare, lo scadere delle eclissi solari.
Su quest’ultimo punto molto si intrattenne lo studioso di etnografia e antropologo Carlo Maxia, che dedicò la sua vita allo studio della preistoria Sarda con uno spirito del tutto singolare e pioneristico, che non a caso lo ha fatto rimanere, ahi noi, nel dimenticatoio accademico, nonostante fosse un docente di spicco dell’Università Cagliaritana, avendo collaborato con studiosi di calibro internazionale quale Istvan Kiszely e Alexander Thom.
Il Maxia arrivava a conclusioni del tutto rivoluzionarie: i Sardi nuragici (XIII sec. A.c – VI sec. Ac.) basavano la loro religione sul culto del Sole e i suoi cicli e lo rilevava documentando soprattutto incisioni che, al contrario di altre molto più note nel resto d’Italia rimangono ad oggi semi sconosciute, come quella del sito di Balnei, in località Montargia, in cui un grande sole è rappresentato con le sue 12 stazioni intorno con delle coppelle e una coppella posta al di sopra in direzione Nord, o quelle della Grotta del Bue Marino a Dorgali, in cui un gruppo di Guerrieri, danzano intorno a simboli solari con la figura di uno sciamano, una netta rappresentazione virile e solare, simile a quelle che si riscontrano in Valcamonica per esempio. Similari forme di simbolismo solare possono essere parimenti rinvenute presso i siti di Oschiri e Baunei.
Nel settembre-ottobre 1974 il Prof. Maxia presenta alla rivista “Frontiera” un articolo dal titolo: “Ultime scoperte sulla civiltà Nuragica: l’astroarcheologia rivela le funzioni astrali dei monumenti megalitici della Sardegna”. In questo articolo demolisce le concezioni del nuraghe quale fortezza militare. Egli afferma: “Fin dal 1968 studiando le eclissi totali ed a anulari del sole che hanno attraversato la Sardegna durante il periodo Nuragico e nei periodi successivi (soprattutto cartaginese e romano), rimanemmo colpiti dal fatto che la frequenza delle eclissi era maggiore nel periodo nuragico, che nei periodi successivi nei quali si rarefacevano. Infatti nel “canon de finsternisse” di Oppolzer possiamo sapere che in Sardegna dal 1130 a.c. al 533 a.c. (in 597 anni) ci sono state 18 eclissi con una media di una ogni 33,16 anni, e cioè in una generazione, la cui età media era di 30 – 35 anni, succedeva un eclissi solare…Questo fenomeno astronomico ci fece pertanto ipotizzare che fra eclissi solare e nuraghe ci dovesse essere un legame diretto: il nuraghe in tal caso poteva essere costruito dopo un’eclissi solare, avendo così la funzione di placare la divinità che in tal caso non poteva essere che il Sole, convincendola a non abbandonare nelle tenebre la terra. Se maggiore era la frequenza delle eclissi solari che attraversavano la Sardegna, maggiore doveva essere il ritmo di costruzione dei nuraghi, quali templi del Dio-Sole, (il cui notevole numero, oltre 11000 ne rimangono 6000), poteva essere giustificato in modo plausibile in meno di dieci secoli. In tal guida ogni tribù o clan, in media ogni generazione, poteva costruire, con l’apporto di tutti gli uomini validi sotto la guida del sacerdote-architetto, il suo nuraghe propiziatore della divinità. Il nuraghe con questa interpretazione rivela la sua funzione sacra e trascendentale e non quella di una costruzione innalzata per la difesa, quale una banale fortezza medio-evale ante litteram, come da un secolo hanno sostenuto archeologi peninsulari e sardi, pedissequi di uno storicismo vieto e superato.”
È quindi ipotizzabile che si tratti di una rarefazione, in senso naturalistico, di un culto solare ben precedente e che cercava ancora di mantenere il suo significato iniziatico, che si basava evidentemente sulla concezione della rinascita del Sole, e di cui probabilmente l’eclissi mediterranea era vista come un ripetersi temporaneo e tangibile del morire del Sole nel solstizio d’estate nelle aree boreali, che ancora si mantenevano vivi nei tempi dei Menhir e delle Tombe dei Giganti. Il Nuraghe è stata infatti un’evoluzione architettonica (probabilmente per apporti e scambi con popoli dell’Egeo) di queste ultime, una struttura a metà strada tra la Tomba di Kivik in Svezia e la tomba di Agamennone in Grecia.
In ogni caso le domande che restano aperte sono ancora tante, e se pure studiosi di alto calibro come il Maxia hanno voluto imboccare una direzione univoca nell’interpretazione del Nuraghe, è parere di chi scrive che non si possa bensì ignorare la natura fortemente guerriera e aristocratica della società nuragica almeno dal XVII secolo secolo a.c. sino al suo apogeo e declino nell’epoca del Ferro inoltrato. Non si può ignorare infatti il grande numero di nuraghe e la loro struttura “ciclopica” nel vero senso della parola, che per i tempi doveva far apparire l’Isola come una terra unica non solo nel Mediterraneo ma nel mondo conosciuto in un’epoca in cui costruzioni superiori a queste, in senso architettonico, potevano essere ammirate solo in Egitto.
Essi dovevano ricordare, all’ambasciatore straniero, all’ospite giunto da terre lontane oltre il mare, al prigioniero o all’alleato, la forza e la potenza dei suoi abitanti. Erano le regge di capi, che suddividevano poi il loro territorio in cantoni a cui via via facevano riferimento nuraghi più piccoli (Ugas 2018) . Lo straniero abituato a costruzioni spesso di solo legno o palafitte che per la prima volta entrava scortato da uomini con “spade terribili” ed elmi con grandi corna all’interno, per esempio, della torre centrale di “su nuraxi” di Barumini, al cospetto di un Capo o di un Re, in cui il fuoco delle torce illuminava in maniera ancora oggi suggestiva gli enormi blocchi di pietra doveva restare ammutolito, in un misto di ammirazione e paura esso doveva domandarsi: “se questi uomini sono in grado di costruire simili opere di cosa possono essere capaci in battaglia?”, “quali conoscenze o dei hanno dalla loro parte per poter erigere una cosa simile?”, ecco, il Nuraghe come dimostrazione di Potenza, sia all’interno della Sardegna che verso lo straniero.
UNETICE – BONANNARO – TOMBE DEI GIGANTI – PRIMI NURAGHI A CORRIDOIO.
“Basta vedere i tipi di “steli antropomorfe”, armate di pugnale e spada, adornate con le spirali, per capire a prima vista che la Sardegna è stata investita per secoli dall’influsso proveniente dall’Europa centrale e settentrionale. Se in tutto il mediterraneo si ritrova un altra area, magari presumibilmente “fenicia” (popolo tanto amato dagli ex oriente lux) del mediterraneo orientale, presentante lo stesso tipo di strutture, risalenti a un periodo precedente magari, allora si potrebbe anche dire che la Sardegna sia una continuazione della “civiltà mesopotamica” come vorrebbero alcuni, “inevitabilmente mediorientale”: la realtà e la concretezza della Pietra, immersa nei boschi di quercia però che ci parla di tutt’altra cultura, ci parla di uomini intrepidi, non di mercanti, venuti da occidente sfidando il mare, e originari di luoghi ancora più lontani, a dircelo solo quelle statue di Eroi, dall’aspetto fisico ben poco “orientale” che nella penisola del Sinis guardano a Occidente.Le tombe dei giganti si inseriscono quindi in quelli che erano nient’altro che i culti solari del popolo nordico-primordiale, di Atlantide, di Thule. Ancora oggi il tipo più nobile di Sardo è l’erede di questa razza primordiale.”
(da l’ “Aurora dei Sardi”, articolo presente su questo sito web)
Per avere un quadro di questo viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, che ci porta dalla Sardegna al mare del Nord dobbiamo esaminare come sono nati i nuraghi e da cosa conseguono.

LA CULTURA DI UNETICE
La cultura di Únětice è una cultura dell’età del bronzo, preceduta e derivante dal cultura del vaso campaniforme e seguita da quella dei tumuli. Il nome prende origine dal sito di Unetice, vicino Praga. Era diffusa nei territori della Boemia e dell’europa centro-orientale. Viene datata dal 2300-1600 a.C. (Bronzo A1 e A2 secondo lo schema cronologico di Paul Reinecke).
A1: 2300-1950 a.C.: pugnali triangolari, asce piatte, guardapolsi in pietra (inglese): stone wrist-guards), punte di freccia
A2: 1950-1700 a.C.: pugnali con impugnature metallica,asce flangiate, alabarde, spilli con testa sferica perforata, braccialetti massicci
Le date sono principalmente derivate dal cimitero di Singen e dalle sepolture di Leubingen e Helmsdorf.
I primi reperti ascrivibili alla cultura di Unetice furono scoperti dal chirurgo e archeologo amatoriale ceco Čeněk Rýzner (1845-1923) nel 1879. Rýzner rinvenne un cimitero con più di 50 inumati presso il villaggio di Únětice in Boemia.
Negli anni e decenni successivi ritrovamenti simili furono fatti in Germania e Polonia. I gruppi tedeschi di Adlerberg e di Straubing vennero definiti nel 1918 da K. Schumacher.
Diffusione della cultura di Unetice in Republica Ceca
Sotto-gruppi
La cultura di Únětice ebbe origine nei territori della moderna Boemia. Durante la fase classica possono essere distinti dieci sottogruppi regionali:
- gruppo boemo
- gruppo moravo
- gruppo slovacco; a seguito del cosiddetto Gruppo di Nitra
- gruppo della Bassa Austria
- gruppo della Germania centrale
- gruppo della Bassa Sassonia
- gruppo della Bassa Lusazia
- gruppo della Slesia
- gruppo della Grande Polonia
- gruppo della Galizia (Ucraina occidentale)
La cultura si distingue per i suoi caratteristici oggetti metallici che includono: lingotti in funzione di monili, come barrette e girocolli, asce piatte, pugnali piatti triangolari, braccialetti a spirale, spilloni a testa piatta e a disco, e anelli a spirale (inglese: lock ring o curl rings), distribuiti su una vasta area dell’Europa Centrale e oltre.
I lingotti si trovano in ripostigli che possono contenere oltre 600 pezzi. Depositi di asce sono ugualmente comuni (il tesoro di Dieskau, in Sassonia, conteneva 293 asce falangiate), tanto da far pensare che le asce stesse potessero essere servite come lingotti. Dopo il 2000 a.C. circa, questa tradizione di immagazzinamento si estinse e venne ripresa soltanto nel periodo della cultura dei campi di urne. Questi accumuli di tesori sono stati precedentemente interpretati come un immagazzinamento di formelle da parte di fonditori di bronzo itineranti o di ricchi personaggi per timore di attacchi nemici. Questo è verosimile perché anche oggi si usa nascondere le armi sottoterra per non farle trovare dal nemico, e le asce a quei tempi erano un’arma fondamentale. I tesori contenenti principalmente gioielleria sono invece tipici del gruppo di Adlerberg.
L’evidenza archeologica suggerisce che l’industria metallurgica di Únětice, sebbene attiva e innovativa, riguardasse la produzione di armi e ornamenti principalmente come status symbol per le élite, piuttosto che per un esteso uso domestico o per equipaggiare grandi forze di combattimento – sviluppi che aspetteranno fino ai successivi periodi della storia europea. Tuttavia, il cimitero di Adlerberg di Hofheim/Taunus (Germania) conteneva la sepoltura di un maschio ucciso presumibilmente da un colpo di freccia, essendo la punta di freccia in pietra ancora conficcata nel suo braccio. Il famoso Disco di Nebra è stato attribuito alla cultura di Únětice in base ai pugnali in rame che presumibilmente erano associati al reperto.
SEPOLTURE
Le sepolture sono normalmente inumazioni in tombe orizzontali dove il morto veniva adagiato con gambe e braccia piegate, giacente su di un lato, con orientamento sud-nord o nordest-sudovest. I maschi erano normalmente sepolti sul lato sinistro, le donne sul lato destro.
Alcuni gruppi usavano incavare tronchi d’albero come sepoltura. Sono stati trovati anche tumuli in pietra, principalmente nella parte occidentale dell’area di Aunjetitz/Unetice, (gruppi del Reno Superiore, di Singen e Ries). Gli uomini erano spesso sepolti con pugnali triangolari in rame, punte di freccia in selce, guardapolsi in pietra e tazze d’argilla. I doni mortuari femminili comprendevano spilli in osso o rame, bracciali in osso, braccialetti con estremità a spirale e anelli.
Il più grande cimitero situato nella Germania è quello di Singen, dove furono scoperte 96 tombe, mentre nel cimitero di Remseck-Aldingen del gruppo di Neckar se ne trovarono 34.
Alcune “tombe principesche” di questo periodo (14 kurganiche a Łęki Małe, Leubingen e Helmsdorf), risalenti dal 2000 al1800 a.C., indicano una società già stratificata.
La sepoltura di Leubingen venne coperta da un tumulo, ancora oggi alto 8,5 m, contenente una camera a forma di tenda in legno e due sepolture con doni funerari in oro.
Commercio
La cultura Únětice-Aunjetitz ebbe legami commerciali con la cultura del Wessex britannica. I fabbri di Unetice principalmente usavano rame puro; le leghe di rame con arsenico, antimonio e stagno per produrre bronzo divennero di uso comune soltanto nei periodi susseguenti. Il cimitero di Singen è un’eccezione, dato che alcuni pugnali in esso rinvenuti contenevano un’alta percentuale di stagno (fino al 9%). Essi possono essere stati prodotti in Bretagna (corrispondente grosso modo all’attuale regione francese), dove sono state scoperte alcune ricche tombe risalenti a questo periodo. Anche lo stagno irlandese veniva ampiamente commerciato, una lunula d’oro di fattura irlandese venne trovata molto a sud, a Butzbach nell’Assia (Germania). Anche l’ambra veniva commerciata, come del resto i piccoli depositi fossili possono essere stati utilizzati allo stesso modo dell’ambra baltica.
Insediamenti
Gli insediamenti comprendono le cosiddette “dimore di pali”, per esempio la Siedlung Forschner nel Federsee. Il legno della palizzata è stato dendro-datato a 1767-1759 a.C. Le case misuravano fino a 8 x 4m. Nella Germania meridionale, erano in uso case lunghe a due navate fino a 50 metri di lunghezza e 5m di larghezza (Eching, Poing e Straubing-Öberau nella Baviera).
Tradizione di Únětice
Ugualmente tipiche della cultura di Unetice sono le tazze d’argilla trovate nelle sepolture, specialmente quelle del gruppo di Adlerberg. Esse indicano collegamenti con la cultura del vaso campaniforme, come confermano i bottoni in osso con una perforazione a forma di V, i guardapolsi in pietra e le punte di freccia.
Si pensa che nella regione molte culture affini facessero parte di una generale tradizione di Unetice. Le culture del complesso di Unetice includono: Adlerberg, Straubing, Singen, la Neckar-Ries e il gruppo del Reno superiore in Germania, Unterwölbling in Austria, Hatvan e Nagyrév in Ungheria, Nitra e Kost’any in Slovakia e Trzciniec in Polonia. In aree adiacenti della Germania settentrionale, Paesi Bassi e Polonia, le tradizioni del neolitico (coppe giganti) erano ancora dominanti; inScandinavia, la tarda cultura della ceramica cordata era ancora in auge. La distribuzione del gruppo di Unetice in Germania viene a costituirsi in molte aree isolate, ma i reperti indicano che esse erano interconnesse, con un graduale mutamento dall’ovest, dove si notano influenze della cultura del Rodano, all’est, dove i reperti sono molto simili al gruppo austriaco di Unterwölbling.
Genetica
Nonostante Únětice sia considerata una cultura indoeuropea (correlata specialmente ai popoli proto-italo-celto-germanici), i pochi aplogruppi Y-DNA rinvenuti sono di origine pre-indoeuropea e quindi associati alle popolazioni neolitiche autoctone. Nello studio di Haak et al. del 2015 sono stati infatti ritrovati 3 aplotipi paterni, tutti appartenenti all’aplogruppo I2: un I2a2, un I2c2 e un I2.
Aplogruppi che trovano in Sardegna una diffusione quasi totale.

CULTURA DI BONANNARO
La cultura di Bonnanaro è una cultura prenuragica che si sviluppò in Sardegna nella prima metà del II millennio avanti cristo (1800-1600 a.C. circa). Prende il nome dal paese di Bonnanaro, in provincia di Sassari, dove, sul finire del XIX secolo, sono stati fatti importanti ritrovamenti.
La cultura di Bonnanaro viene suddivisa cronologicamente in due fasi principali:
Bonannaro A1 Corona Moltana 1800- 1650 secoli di prima Cristo
Bonnnaro A2 Sant’Iroxi 1650- 1600 secoli prima di Cristo
CULTURA
E’strettamente legata alla precedente cultura del vaso campaniforme: nel repertorio fittile la cultura di Bonnanaro mostra inoltre varie similitudini con la Cultura di Polada diffusa all’epoca nell’Italia Settentrionale. Le genti che produssero questa cultura provenivano probabilmente dall’area centro-europea e poladiano-rodaniana. Si andarono ad innestare in un panorama etnico-culturale eterogeneo, che comprendeva le evoluzioni finali delle precedenti culture eneolitiche riuscendo a imporsi come gruppo egemone.
Esordisce con maggiore intensità nelle regioni nord-occidentali (Nurra) e sud-occidentali (Sulcis-Iglesiente) dell’isola.
Di questa cultura si conoscono solo pochi insediamenti abitativi: Su Campu Lontanu a Florinas, Sa Turricula a Muros, Costa Tana di Bonarcado e Abiti a Teti. Le abitazioni avevano una base in muratura mentre la copertura era costituita da legname e frasche; nella struttura abitativa di Su Stangioni (Portoscuso) al centro era presente un focolare mentre il pavimento, che si estendeva in parte anche all’esterno, era costituito da acciottolato.
I dati a disposizione non consentono di stabilire con sicurezza se i primi protonuraghi o pseudonuraghi a corridoio risalgano a questo periodo o siano da attribuire alla successiva facies di Sub-Bonnanaro.
Nella cultura di Bonnannaro diminuiscono gli oggetti d’osso e di pietra e si privilegiano quelli in metallo (rame, bronzo, argento) che trovano riscontri nelle culture di Polada, El Argar, dell’Aude e del Garde di Adlerberg e Straubing[; continua l’uso del brassard il guardapolsi da arciere tipico del periodo campaniforme. Nella fase A2 di Sant’Iroxi compaiono le prime spade in rame arsenicale.
Le ceramiche, che tradiscono influenze campaniformi, sono prevalentemente inornate, lisce e di gusto sobrio e lineare. Spesso sono dotate di anse “a gomito” o “asciformi”, similmente a quelle della cultura di Polada
Per l’archeologo Giovanni Lilliu l’avvento della cultura di Bonnanaro portò ad uno sconvolgimento dei dogmi religiosi che da millenni persistevano sull’isola. Si nota, secondo lo studioso, il progressivo passaggio da un modello di società pacifica dedita all’agricoltura ad una società di pastori-guerrieri, un insieme di clan Patriarcali si impone sulla precedente società matriarcale autoctona. Essi si pongono subito come aggressivi verso i mediterranei autoctoni della “cultura di monte claro”, a dimostrarlo sono le fortificazioni dei loro villaggi. Dobbiamo dunque pensare a uomini di una razza prevalentemente centro-europea, dediti a una vita i cui riscontri si possono ritrovare ancora oggi in molte eredità culturali sarde. Una razza indogermanica dunque, o prevalentemente tale, giunta in Sardegna attraverso rotte già solcate da secoli, e che ripete, come ovunque quella sovrapposizione al precedente mondo matriarcale mediterraneo, spariscono i simboli del toro e della dea madre, i menhir sono incisi con il simbolo del pugnale, la doppia spirale, che ritroviamo anche nei protovillanoviani è un simbolo diffuso sia come incisioni nei monili che come fibule, i simboli di uccelli e cervi sostituiscono le altre precedenti rappresentazioni zoomorfe. I Bonnanaro sono considerati dunque i precursori dei Nuragici, soprattutto per la loro marcata attitudine alla guerra:
«I simboli della natura rigogliosa (idolo femminile di tipo cicladico, segno taurino), caratteristici della Cultura di Ozieri, spariscono del tutto nella cultura nuragica di Bonnánnaro. Pare avvertirsi una caduta di ideologie del vecchio mondo pre-nuragico, corrispondente a una nuova svolta storica.Nella tomba di giganti di Aiodda le steli antropomorfe, riutilizzate nella struttura muraria, sono state spezzate, forse intenzionalmente. Si infrangono così materialmente gli idoli del passato, simbolicamente si spezza il filo rosso di concezioni e ideali che hanno fatto almeno in parte il loro tempo.»
(Giovanni Lilliu, Lilliu, La civiltà nuragica. Carlo Delfino editore Pagg 25,26,27)
e ancora:
«L’avvento di nuovi supporti religiosi: credenze privilegianti lo spirito individuale che, nella società gerarchica, si esprime nel rispetto onore-particolare per il capo. In molte regioni d’Europa della prima metà del Bronzo, appare il culto dell’eroe con miti e istituti religiosi propri. Non è da escludere che se ne sia appropriato anche il patrimonio spirituale delle genti di cultura Bonnanaro»
(Giovanni Lilliu, L’Umana avventura. p.7)
Bisogna vedere la Sardegna di quel fantastico periodo, di circa 4000 anni fa, non come attraversante un declino ma bensì il fiorire pieno di un nucleo che iniziava a essere presente già in tempi paleolitici, e che è forse alla base, non solo in sardegna, di tutti quei miti che poi diverranno preponderanti (gli uomini delle foreste, connaturati da forze provenienti da animali ferini quali lupi orsi, volpi, cinghiali, gli stessi “Bonnannaro” portano collane fatte di zanne di cinghiale in Sardegna, animale che solo un abile e forte Cacciatore può ambire, la zanna, l’arma, ancora la forza, ancora il superamento del pericolo, le Mannerbunde, “gli Dei che abitavano le caverne” (Odissea), i Berserker, il clan di Romolo e Remo, i Marut di Rudra) guerrieri, razziatori, sono dei “segnati”, sono sepolti singolarmente con le loro armi, e sono limitati i loro centri abitati veri e propri,segno questo che per lungo tempo hanno condotto una vita da elemento liminare , elemento che in un certo momento diviene guida della comunità, imponendo un sistema aristocratico, tripartito in quelle figure che poi saranno descritte dai bronzetti, di sacerdoti, guerrieri e produttori, figure anche queste sempre maschili, quello che accadde in Europa con la diffusione degli Indoeuropei. Nel caso della Sardegna dovremo analizzare da questo punto di vista due elementi di tipo culturale e religioso, il primo è quello del Carnevale tradizionale con i suoi noti Mammuthones, figure vestite di pelli, spesso rappresentanti animali, con il viso dipinto di nero, dai caratteri terrifici ed estatici ma che allo stesso tempo propiziano la fecondità e della terra con la loro danza a passo cadenzato, che si ritrovano attorno a grandi falò accesi in tutta la Sardegna, essi si possono confrontare per esempio con i sacerdoti di Apollo Sorano, scrive Andrea Anselmo nel suo saggio introduttivo a “Loki” di Jean Haudry “..vivono rapto, di rapina, danzano sui carboni ardenti e formano una mannerbunde, come i venti del fuoco rosso Rudra, gli estatici Marut. Tali Marut fanno tremare la terra mentre marciano ma la feconda al tempo stesso (Rig Veda 5,58,7b). Ricordano i luperci di Fauno celebrati a Roma il 15 febbraio. Rito di fecondità per le giovani. Altro elemento fondamentale è quello della “Balentia” , il valore virile, del bandito, del “bardaneri”, chi compie bardane, cioè azioni di abile furto di bestiame, celebrati senza mezzi termini in molti canti popolari sardi fino a non molto tempo fa. Le donne della barbagia in molte delle loro ninna nanne auguravano ai bimbi di poter essere un giorno capi coraggiosi di una banda: “Fizzu e su coro meu benidittu, canno ser mannu diventes bandites. T’azudet sa Mamma Soberana, a diventare capu e sa bardana” si noti il riferimento del tutto pagano alla “madre sovrana”, solo in modo apparente la madonna cristiana. Una società in cui, se pure è solo l’uomo a compiere le azioni di sangue delle faide, seguendo il codice dell’onore barbaricino, o quelle del furto tradizionale e “balente”, è la donna, la madre che lo induce: “torna con lo scudo o sopra di esso” dice la madre Spartana, Atena protegge Achille e Bellona è invocata dai romani per la guerra, le Valkirie scelgono le anime dei valorosi Einherjer. Nella cultura pastorale sarda la “mamma soberana” è legata soprattutto però alla crescita del bambino, a chi affidare il bimbo se non a una madre…che dia Forza? Ma il Pastore è votato a San Giorgio, a Santu Bachis, a Santu Antine, a San Giovanni (per esempio l’Ardia di Sedilo o di Paulilatino) Sono miriadi le feste, “campestri” in Sardegna in cui la popolazione si raccoglie attorno a santuari oggi cristianizzati che durante l’anno erano i luoghi di culto dei pastori che stanno lontano dall’abitato, praticamente sempre questi sorgono a ridosso o al disopra di luoghi di culto nuragici e prenuragici. A questo proposito dovremo addentrarci in un altro, non meno ostico quanto affascinante argomento, che è quello dell’origine di molti termini sardi. Abbiamo nominato il Balente, esso è il Vir, colui che porta con se le virtù più alte,ma di certo pericolose, rispettate, cantate, onorate, ma non per tutti, il Balente svolge la sua vita, è soggetto “a sa sorte”, esti beni o mali assottau, (ha un buono o un cattivo fato), non costringe a seguirlo, ma la comunità ne rispetta l’azione e le regole del contratto sociale in cui esso si inserisce, gli è dovuta ospitalità, sempre, egli non metterà in pericolo l’incolumità e la tranquillità della vita del pastore che lo ospita per una notte, che li offre del latte, del formaggio, se ne ha della carne, nella misura in cui esso può, e di contro non riceverà domande sul perché del suo latitare…Ebbene il termine balente e balentia, ossia il valore, non sono una traduzione dalla spagnolo o dall’italiano, bensì dobbiamo pensare a un origine ben più arcaica e che si ricollega a un Dio della Luce, quel Belanu protoceltico che ha dato il nome alla festività di Beltane. Dio delle mandrie, del sole, associato ad Apollo. Si sta facendo sempre più salda l’idea che il Sardo non sia propriamente una lingua neolatina ma che derivi da un protosardo indoeuropeo che, come le altre lingue arie presenta molte similitudini con il latino, questa poteva essere la lingua affacciatasi in Sardegna con la cultura di Bonnannaro, sono molti i termini sia in sardo logudorese che campidanese la cui chiara matrice indoeuropea non trova però riscontro nel latino:
Idere: vedere
Itellu: vitello
Leare: prendere
Barumini: potrebbe essere “proprio a Barum”, forse una divinità, nel rig veda così è chiamato il dio del cielo notturno.
Toponimi come Ottana : wotanaz, Tonara, Baunei
Bruncu: collina, v. Brich
Arvu : bianco, anche come cognome, da cui Arba, Arbu. Si può riconnettere alla parola Jertzu (poi diventata un toponimo di paese) ma che si può confrontare con Rtu indoeuropeo e Rig, da cui rito ecc…vediamo dunque confrontabili e derivabili termini come ertu (alto, ritto) arzu (freddo), attu (alto), arvu (bianco), lo stesso brundu (biondo) è vrd,rvd, e ritorna a Rtu indoeuropeo, Urtzu, come maschera del carnevale sardo, identificato con l’Orso, Urtos, Arktos.
Brundu: biondo
Attu: alto
Sirbone: cinghiale
Arzu: freddo
Oku: fuoco (Steug ind.eu., Stoke inglese, Loki).
USI FUNERARI
L’architettura sepolcrale trasforma le Allées couvertes in tombe dei giganti. Sono documentate anche inumazioni entro cista litica, in grotte naturali o domus de janas, riutilizzate oppure costruite ex-novo. Nel Sassarese e nel Goceano vengono edificate le cosiddette domus a prospetto architettonico In alcuni casi, come a Su Crucifissu Mannu, il defunto veniva ricoperto da un cumulo di rozze pietre.
I resti scheletrici del periodo ci attestano la prevalenza di dolicocefali (67%) rispetto ai brachicefali (33%), questi ultimi principalmente concentrati nella Sardegna nord-occidentale. L’altezza media, in base ai pochi campioni analizzati, era di 162 cm circa fra gli uomini e di 159 cm circa fra le donne. Si riscontrano carie, iperostosi,osteoporosi, anemie, artrosi, artriti e tumori. In campo chirurgico si hanno trapanazioni del cranio in vivo ripetute fino a tre volte.
Le tombe dei giganti (tumbas de is gigantes in lingua sarda) sono monumenti costituiti da sepolture collettive appartenenti alla età nuragica (II millennio a.C.) e presenti in tutta la Sardegna. Il nome, nato dalla fantasia popolare, è stato acquisito dagli archeologi che, di frequente, preferiscono la denominazione di “tombe di giganti”.Sono delle costruzioni imponenti a pianta rettangolare absidata, edificate mediante dei monoliti di pietra di grandi dimensioni conficcati nella terra.
Struttura
Questi particolari sepolcri consistono essenzialmente in una camera funeraria lunga sino a 30 metri e alta sino a 3 metri. In origine l’intera struttura veniva ricoperta da un tumulo somigliante più o meno ad una barca rovesciata. La parte frontale della struttura è delimitata da una sorta di semicerchio, quasi a simboleggiare le corna di un toro, e nelle tombe più antiche, al centro del semicerchio è posizionata una stele alta in alcuni casi fino a 4 metri, finemente scolpita e fornita di una piccola apertura alla base che – si suppone – veniva chiusa da un masso.
Evoluzione
Nel corso dei secoli la tomba dei giganti mantenne inalterata la pianta a protome taurina o a nave capovolta, ma per la sua costruzione furono progressivamente applicate le tecniche architettoniche impiegate nello sviluppo di pozzi sacri e nuraghi. Il primo tipo di tomba dei giganti è il cosiddetto “tipodolmenico” dotato della tipica stele centinata raramente monolitica e più sovente bilitica. Successiva a questa tipologia è il tipo a filari con esedra non più caratterizzata dalla presenza della stele e delle ali dell’esedra con massi conficcati a coltello, ma di una muratura a filari orizzontali; in questo caso i massi sono lievemente squadrati. La successiva evoluzione consiste nella applicazione della isodomia rilevata già in vari nuraghi e pozzi sacri. A questa tipologia appartengono due sottotipi: la tomba con portello centrale architravato e la tomba con portello ricavato in una lastra trapezoidale.
Funzione
I membri della tribù, del clan o del villaggio, venivano a rendere omaggio ai morti della comunità, senza distinzione di rango, senza particolari privilegi e senza apportare offerte di valore. Col tempo sono state utilizzate come ossari nei quali depositare le spoglie dei defunti una volta che queste erano divenute degli scheletri. Molto probabilmente venivano scarnificate prima della sepoltura (sono state rinvenute tracce di questa pratica sulle ossa), e venivano seppellite quando raggiungevano un numero consistente. I culti legati alle tombe di giganti sono da collegarsi al dio Toro e alla dea Madre e, secondo alcune ipotesi, la forma della costruzione richiama sia ad una testa bovina sia ad una partoriente (la morte era infatti legata alla nascita secondo il principio della rinascita).
Siti principali
Si possono trovare disseminate in tutta la Sardegna con una particolare concentrazione nella parte centrale dell’isola dove se ne contano circa la metà; fino all’ultimo censimento del 2003, quelle conosciute sono 800.
Di particolare interesse sono quelle di Capichera, Li Lolghi e Coddu Vecchju, nei pressi di Arzachena, quelle di Madau, vicinoFonni, quelle di Tamuli, con i betili mammellati, nei pressi di Macomer. La più antica tomba dei giganti esistente in Sardegna, è la tomba denominata Su Cuaddu ‘e Nixias, sita nel territorio di Lunamatrona (SU). Raro esempio di tomba dei giganti con stele centinata nel centro-sud dell’isola, la sua costruzione è databile ai secoli 1700-1600 a.C.
Le principali tombe di giganti sono:
- tomba dei giganti di Lu Brandali a Santa Teresa Gallura (SS)
- tomba dei giganti di Aiodda a Nurallao (SU)
- tomba dei giganti di Badu Campana, a Cuglieri (OR)
- tomba dei giganti di Barrancu Mannu, a Santadi (SU)
- tomba dei giganti di Bau e Tuvulu, a Ulassai (NU)
- tomba dei giganti di Bidistili, a Fonni (NU)
- tomba dei giganti di Biristeddi, a Dorgali (NU)
- tomba dei giganti di Bruncu Espis, ad Arbus (SU)
- tomba dei giganti di Goronna, a Paulilatino (OR)
- tomba dei giganti di Imbertighe, a Borore (NU)
- tomba dei giganti di Is Concias, a Quartucciu (CA)
- tomba dei giganti di Laccaneddu, a Villanova Monteleone (SS)
- tomba dei giganti di Li Lolghi, ad Arzachena (SS)
- tomba dei giganti di Madau, a Fonni (NU)
- tomba dei giganti di Muraguada, a Bauladu (OR)
- tomba dei giganti di Oratanda, a Cuglieri (OR)
- tomba dei giganti di Oridda, a Sennori (SS)
- tomba dei giganti di Osono, a Triei (NU)
- tomba dei giganti di Pascaredda, a Calangianus (SS)
- tomba dei giganti di Sa Dom’e s’Orcu, a Dolianova (SU)
- tomba dei giganti di Sa Domu ‘e S’Orcu, a Siddi (SU)
- tomba dei giganti di S’Ena e Thomes, a Dorgali (NU)
- tomba dei giganti di Sa Farch´e s’Artare a Seneghe (OR)
- tomba dei giganti di Sa Perda ‘e S’Altare, a Birori (NU)
- tomba dei giganti di San Cosimo, a Gonnosfanadiga (SU)
- tomba dei giganti di Santu Bainzu, a Borore (NU)
- tomba dei giganti di Sas Presones, a Cuglieri (OR)
- tomba dei giganti di Su cuaddu ‘e Nixias a Lunamatrona (SU)
- tomba dei giganti di Su Mont’e s’Abe, a Olbia (SS)
- tombe dei giganti di Sa Mandara, a Guasila (SU)
PROTONURAGHI
Il protonuraghe è una costruzione in pietra risalente alla prima metà del II millennio a.C. che precede in Sardegna il nuraghe classico. Dei circa 7.000 nuraghi censiti solo 300 circa appartengono a questa tipologia. Chiamati anche “pseudo-nuraghi” o “protonuraghi”, i nuraghi a corridoio furono edificati tra il 1700 e il 1500 a.C., nel periodo di transizione fra la cultura di Bonnanaro (fase A2 di Sant’Iroxi) e la cultura Sub-Bonnannaro (facies di Sa Turricula). Differiscono in maniera significativa dai nuraghi classici per l’aspetto più tozzo e la planimetria generalmente irregolare e perché al loro interno non ospitano la grande camera circolare tipica del nuraghe, ma uno o più corridoi, o comunque ambienti minori. L’altezza di norma non superava i 10 metri benché la superficie occupata da queste costruzioni era in media notevolmente maggiore rispetto a quelli a torre. L’ambiente più funzionale e forse più importante di questi edifici era il terrazzo che probabilmente ospitava delle coperture lignee che fungevano da ambienti abitativi.
Poco conosciuti fino a qualche decennio fa sono al centro di studi e dispute fra gli studiosi che hanno iniziato a considerarli fondamentali per la comprensione della nascita del “fenomeno nuragico”. Sulla denominazione stessa non c’è ancora unanimità: il termine “nuraghe a corridoio” è contestato da Giovanni Ugas che preferirebbe l’utilizzo del solo termine “protonuraghe”, con connotazione temporale, in base alla precedente costruzione di questo tipo di nuraghe, che comunque rappresenta una regola con molte eccezioni.
In principio fu il Cro-Magnon
Un recente studio (2013) su 71 reperti in bronzo svedesi, ascrivibili a contesti dell’Età del bronzo nordica, effettuato attraverso l’analisi degli isotopi del piombo, ha svelato che la maggior parte di questi reperti è stato prodotto con rame proveniente principalmente dalla penisola iberica e dalla Sardegna aprendo nuove prospettive sui complessi traffici di rame e stagno dell’età del bronzo.
Da questo dato partiamo per analizzare altre notizie di nostro interesse. L’analisi comparata delle datazioni di oltre 2000 di 35mila megaliti diffusi in tutta Europa parrebbe indicare che la tradizione megalitica ha avuto origine nella Francia Nord Occidentale nel V millennio avanti cristo, diffondendosi nelle coste atlantiche e nel Mediterraneo lungo rotte marittime, questo risultato è stato ottenuto dalla ricercatrice dell’Università di Goteborg, in Svezia, Bittina Schulz Paulsonnin e illustrato sui “Proceedings of the national academy of sciences”. I megaliti europei infatti condividono tutti caratteristiche architettoniche simile se non spesso addirittura identiche, invertendo definitivamente il mito dell’ Ex oriente lux ci dice che l’analisii di 2410 datazioni al radio carbonio ha mostrato che le prime strutture – piccole costruzioni chiuse o dolmen realizzati con lastre di pietra solo in superficie e coperti da un cumulo di terra o di pietra – sono emerse nella seconda metà del quinto millennio avanti cristo (la struttura più antica è databile fra il 4794 e il 4770 a.c.) diffondendosi nel giro di 200 o 300 ann dalla Francia nord occidentle alle isole del Canale, alla Francia sud occidentale fino alla Sardegna. A questa prima ondata sono poi seguite altre due principali, rispettivamente fra il 4000 e il 3500 a.c. e nel mezzo millennio successivo, caratterizzate da altrettante variazioni strutturali delle costruzioni megalitiche, che hanno portato alla massima diffusione di questa cultura. L’ultimo episodio di espansione, minore si verificò infine fra il 2500 e il 1200 a.c. Strutture di questo periodo si trovano anche in Sardegna che però era stata interessata in misura molto significativa anche dalle espansioni precedenti.(fonte www.lescienze.it) .
Dobbiamo dunque pensare a gruppi di uomini che si spostavano già via mare e che provenivano dal nord. Non si trattava di indoeuropei propriamente detti forse, ma di certo avevano già contatti e mescolanze con popolazioni indogermaniche stanziate nel mare del nord, in cui vi è una grande diffusione del megalitismo. Al proposito si può aprire un la questione sul momento storico in cui, in Europa occidentale appare la razza portatrice delle culture indoeuropee nella parte atlantica e mediterranea, la razza nordica. La razza europea caratterizzata da un altezza rilevante, dolicocefala, con una struttura ossea robusta, dai colori chiari. Ebbene, nel vedere crani del periodo cro-magnon, l’uomo di Oberkassel, (questi oggi nell’antropologia sono ricollegati al cosiddetto tipo nordico di Brunn o il Borreby). vediamo dei tipi fisici protonordici di estrema potenza, figure che non ci è difficile immaginare come forti guerrieri, uomini maggiormente diffusi 20000 anni fa, sia in europa che nel mediterraneo, si pensi agli antichi Berberi e ai Guanci delle Canarie, razze bianche dal cranio maggiormente sviluppato dell’europeo e del nordico attuale, fattori di non scarso interesse e che devono far riflettere anche su tutta la questione dell’indoeuropeizzazione dell’Europa. Sembra infatti che da non meno di 30mila anni prima di cristo l’Europa abbia avuto una razza di uomini che in un dato momento possa essersi ritirata o rimasta limitrofa a certe culture, vediamo per esempio tracce dei cacciatori raccoglitori, con tutti i caratteri propri degli indoeuropei in tempi paleolitici, per poi nel neolitico la predominanza di culture matriarcali e stanziali, per poi il riemergere di questo forte tipo con la grande wanderwerung degli Indogermani, questa forse solo l’ultima, senza contare le grandi migrazioni di popoli dell’alto medioevo, rinordicizzazione dell’Europa e ancor di più ri-virilizzazione delle società occidentali, ponendo come base la weltanschauung tripartita indogermanica e portando con essa le lingue che oggi accomunano popoli delle più differenti razze e dalle più differenti longitudini, se pur ancora (nonostante la grande estinzione di specie che subisce) dal Portogallo all ultima valle a ridosso della Cina si potrà scorgere il sicuro e splendente sguardo di quell’uomo delle mandrie, dei cavalli, del carro, che con sicurezza piantava la sua spada su un territorio che decideva suo.
I primi abitanti riconoscibili come “europei” dell’Europa furono i cro-magnon, cacciatori-raccoglitori del Paleolitico. Occorrerebbe uno studio approfondito, se ve ne fosse la possibilità anche in termini di reperti archeologici circa gli spostamenti di popolazioni avvenuti nel continente in quel periodo, per ora possiamo comunque affidarci a quello che ci dice la genetica. Gli attuali “cromagnoidi” che discendono prevalentemente da questi cro-magnon si possono dividere in 3 macro-gruppi:
Settentrionali (Troender, Borreby, Faelid, Brunn, Anglo-Saxon, Paleo-Atlantid)
Meridionali (Berid, Berberid)
Orientali (West Baltid, Kurganid
L’aplogruppo che senza ombra di dubbio ha una pura origine Europea ed è legato per questo al cro-magnon trattasi dell’Aplogruppi I, nelle sue due varianti 1 e 2, settentrionali e meridionali. Attualmente gli aplogruppi I1 e I2 sono diffusi solamente nelle aree meno contaminate da popolazioni giunte dal neolitico in poi. L’impatto di queste popolazioni è stato meno rilevante nelle regioni più difficili da raggiungere o meno ospitali come la Scandinavia, la Sardegna e le Alpi Dinariche. I tipici scozzesi e irlandesi biondi o rossi, di tipo Brunn, non sono di origine scandinava, ma risalgono a un’epoca di molto antecedente.
Ritiro dei ghiacciai
Si ritiene che l’uomo di Cromagnon, come abbiamo detto, appartenesse esclusivamente all’aplogruppo I, probabilmente nella variante maglemosiana (protonordici dalo-falici) in Scandinavia, questo in Italia diede origine all’Uomo di Grimaldi. I discendenti di questo aplogruppo si diffusero poi verso l’Europa Settentrionale attraversando via via il contienente dai balcani lungo l’attuale Germania sino in Scandinavia. Lungo questa migrazione si ebbe la suddivisione fra gli antenati della linea pre-I1 (20mila anni fa) e la linea degli avi della I2 nella Alpi dinariche, inseguito si divise in I2a2 (12mila anni fa europa centrale) e I2a1 (9000 anni fa nei balcani) Nel mesolitico gli appartenenti a tale aplogruppo pre-1 fecero parte della cultura del Meglemosiano (in Scandinavia cultura di Kongemose). Va notato in proposito che il mare del Nord raggiunse il livello attuale intorno al 6mila a.c. epoca in cui furono sommersi alcuni dei territori originariamente sede di questa cultura e forse spingendo più a sud alcune di queste popolazioni. Da questa linea derivò poi l’aplogruppo I1 (circa 5000 anni fa, sorto fra la Germania del nord e la Scandinavia. Fuori dalla scandinavia si noti la distribuzione dell’aplogruppo I1 è strettamente correlata con l’aplogruppo I2a1, segno che facevano parte di una stessa popolazione. L’aplogruppo più cospicuo in Sardegna è quello I2a1a1 o M26, circa il 40 per cento.
L’Europeo del mesolitico, che possiamo continuare a definire paleo-nordico, costruiva grandi varietà di strumenti in pietra tra i quali principalmente lame scolpite da nuclei in pietra che sapeva scheggiare in modo accurato con un unico colpo preciso. Il Neandhertal non misconosceva del tutto questo tipo di lama, ma ora queste erano diventate molto più comuni e la tecnologia ad esse associata era progredita. Hanno fatto una grande varietà di strumenti in pietra tra i quali in primo piano vi eranUn’altra caratteristica distintiva della cultura Paleolitica superiore europea è statol’ampio uso di osso. É stato scolpito in aghi da cucito, chiusure di vestiti e ornamenti, statuette, arpioni e punte di lancia, strumenti musicali, e molti altri articoli, utilizzando strumenti di pietra realizzati appositamente per lo scopo. L’economia Paleolitica superiore era basata su animali da branco: cavalli, mammuth lanosi, bisonti, e, in particolare, renne. Questi animali popolarono la tundra, e il popolo d’Europa dipendeva quasi totalmente su di essi. Dalla loro carne è venuto il cibo, dalle loro pelli abbigliamento e rivestimenti per i rifugi, e dalle loro ossa strumenti e attrezzi.
Di che razza erano però i costruttori del megalitismo Europeo? In realtà i resti rinvenuti nelle tombe megalitiche appartengono a una gamma di diversi tipi razziali. Il tipo più diffuso tra questi è quello chiamato Atlanto-Mediterraneo. Questo tipo però non è il cosiddetto mediterraneo dei gracili abitanti giungi dal medio-oriente nel neolitico e delle regioni costiere del mediterraneo. Era un tipo molto più alto e più robusto, il suo cranio è di tipo cromagnoide. E’ stato detto “mediterraneo” per il fatto che ha migrato dalle coste atlantiche sino al mediterraneo portando con se le varie culture di cui abbiamo accennato, ma discende da tipi sub-razziali del nord Europa, i Cro-Magnon appunto. Appare chiaro che, avendo vissuto là per circa 35mila anni si sia incrociato con i Nordici che in quelle terre sono arrivati poco prima del periodo megalitico. A favore di questo, se non di una visione totalmente nordicista della cultura megalitica, citeremo ancora un altro studio recente di due archeologi Siciliani, Salvo Piccolo e Alessandro Bonfanti. “Il megalitismo europeo, dice il Bonfanti, esperto di culture nordiche e autore di una prossima pubblicazione sull’argomento – ha una origine remota che accomunava gli Indoeuropei sparsi nel continente. A partire dal Mesolitico (8000 a.c.) circa nel sud della Scandinavia, in Danimarca, nel Nord della Germania e nella Pomerania polacca si svilupparono diverse culture che parecchi millenni dopo avrebbero originato l’enigmatico bicchiere campaniforme, giunto in Sicilia insieme ai più noti dolmen, costruzioni funerarie consone a una società patriarcale e guerriera volta ai culti celesti e solari, com’era nella tradizione dei popoli nordici indoeuropei”. “Queste architetture – continua Piccolo – scartata una matrice ideologica e spirituale mediterranea, legata più alla terra, si rivolgono al Sole, punto di riferimento vitale dell’Europa Preistorica del Nord, avvolta nel gelo, e astro supremo della sconfinata distesa iranica, che proprio nel culto megalitico aveva trovato una delle sue massime espressioni. Gli allineamenti dei megaliti, infatti non erano dettati dal caso, ma seguivano un orientamento astronomico: dal modo in cui venivano disposti si rilevava il punto esatto dell’astro solare al suo sorgere, le precise cadenze stagionali, il divario temporale intercorrente tra anno lunare e quello solare.”
“Un gruppo indoeuropeo costruttore di megaliti – prosegue Bonfanti – intorno alla seconda metà del VI millennio a.C. si spinse verso sud-est, stabilendosi con i suoi modelli culturali e religiosi lungo il medio corso del Danubio. Da lì a poco questa zona divenne il centro nevralgico del commercio dei popoli nordici (Germania settentrionale, Danimarca) e consentì a gruppi di essi di allargarsi verso le coste dell’Atlantico e le isole britanniche per impiantarvi nuovi traffici. Queste popolazioni proto celtiche, o meglio antichissime antenati dei Celti, partendo dalle coste Atlantiche della penisola Iberica della Francia settentrionale e delle isole britanniche, crearono tra il V e il III millennio a.c. una facies culturale di tipo megalitico ancora oggi sorprendentemente riconoscibile.
“Se si osserva una qualsiasi cartina sulla distribuzione dei megaliti – afferma Piccolo – non si può non constatare che tranne qualche irrilevante eccezione l’area di diffusione megalitica è tutta accentrata nell’Europa occidentale atlantica e in quella settentrionale. Già nel V millennio a.C. i megaliti atlantici erano eretti in contemporanea con i tumuli della Cultura del vaso imbutiforme della Scandinavia, della Danimarca, del Nord della Germania e del Nord della Polonia”.
“La successiva Cultura del bicchiere campaniforme – continua Bonfanti – segue lo stesso percorso della Cultura dolmenica atlantica, interconnettendosi con essa nel III millennio a.C., quando i dolmen cominciano a diffondersi verso sud e le aree mediterranee. Per avvalorare questo accostamento basti pensare che i temibili guerrieri del bicchiere campaniforme erano sepolti in tombe a cista litica, rinvenute in aree esclusivamente dolmeniche, come nel caso del cd. “arciere di Amesbury” conosciuto anche come il “Re di Stonehenge”. Certo, Gordon Childe e Marija Gimbutas (due tra i più rinomati archeologi preistorici del secolo scorso) avevano visto bene circa l’indoeuropeità del popolo del “bicchiere campaniforme”, ma si erano sbagliati entrambi riguardo all’epoca e al luogo di provenienza di questa comunità patriarcale e guerriera. Essa, infatti, non si propagò dalle steppe pontiche e dall’area carpatica, a nord del corso danubiano, bensì dall’area centrale nord-europea comprendente la Danimarca e la fascia settentrionale dall’Olanda fino alla Germania; successivamente si portò nell’area atlantica francese ed iberica percorrendo la via dei dolmen verso il sud dell’Europa. Fu proprio questo popolo a diffondere la facies megalitica dolmenica dall’area atlantica al sud-Europa, ovvero in Corsica, Sardegna e Sicilia, partenndosi da quella parte di Francia sud-orientale che confina con la Liguria. Il corredo funerario di questo periodo, dalla Germania settentrionale a scendere, da una parte, le isole britanniche, la penisola iberica e la Sicilia dall’altra, è infatti molto simile (dal “brassard”, un bracciale da polso per arcieri, ai vasi campaniformi, ai vaghi di collane fabbricati con zanne di cinghiale e altro). Simile è anche la costituzione ossea e la forma cranica degli inumati: ossa appartenenti a individui alti e robusti, con crani dolicomorfi sfenoidi e con gli eurya, nell’area sopra-mastoidea, molto accentuati (caratteristiche, queste, presenti anche nella facies sicana della cultura di Castelluccio, in Sicilia). Io stesso ho avuto la possibilità di esaminare crani dolicomorfi sfenoidi (con la tipica forma ad incudine) al museo Paolo Orsi di Siracusa, durante un lavoro di ricerca svolto su un individuo seppellito dentro una tomba a cista monosoma”.
“Il popolo che costruì i dolmen della Sicilia – conclude Piccolo – era proprio costituito da questi soggetti, di corporatura alta, con impianto scheletrico di tipo nordico, dolicomorfi. In altre parole, Indoeuropei”.
Fonte: www.scienzaonline.com
Le etnie nuragiche
Etnie principali
Lo scrittore latino Gaio Plinio Secondo nell’opera del I secolo d.C. Naturalis Historia riporta che:
«In essa (la Sardegna), i più celebri (sono): tra i popoli, gli Iliei, i Balari e i Corsi …»
(III, 7, 85)
- gli Iolèi o Iliesi/Iliensi (più tardi Diagesbei), identificati dagli scrittori esuli Troiani. Occupavano un vasto territorio che andava dalle montagne del Goceano (nuraghe di Aidu Entos con l’incisione di confine ILI-IVR-IN-NVRAC-SESSAR), all’altopiano di Buddusò e di Alà, per arrivare all’Ogliastra e alle pianure del Campidano.
- i Balari derivavano presumibilmente dai portatori della cultura del vaso campaniforme che si diffuse in Sardegna dall’Iberia e dal Sud della Francia fra il III e il II millennio a.C. ed erano probabilmente di ceppo indoeuropeo. Benché un tempo fossero presenti in gran parte della Sardegna, riuscirono ad imporsi essenzialmente nell’area nord-occidentale dell’isola. Occuparono i territori della Nurra, dell’alto e basso Coghinas e del Limbara. Alla stessa etnia dei Bàlari apparteneva probabilmente la popolazione che diede luce alla civiltà talaiotica delle isole Baleari
- nei Corsi (forse Liguri), stabiliti in Gallura sin dai tempi più remoti, viene indicata l’etnia che produsse l’aspetto culturale detto “gallurese” ossia la cultura di Arzachena. Durante il II millennio a.C., alla Corsica meridionale si estese la civiltà nuragica con la conseguente costruzione di torri (civiltà torreana). Occupavano l’estremità nord-orientale della Sardegna e la Corsica.
Queste ed altre etnie progressivamente si accentrarono in villaggi a cui poi corrispose un territorio molto ben definito, fino a formare nel corso del II millennio a.C. – e specie nella prima metà del I Millennio a.C – piccoli staterelli – che raggiunsero, federandosi tra loro, un notevole equilibrio ed un notevole assetto civile.
Etnie minori
Ecco le altre popolazioni – così come ci vengono tramandate dagli scritti romani – che abitavano la Sardegna e la loro distribuzione geografica in epoca romana imperiale:
- i Giddilitani a Tresnuraghes e nella Planargia;
- gli Euthichiani, gli Huton, gli Arri a Cuglieri;
- gli Uddadhaddar- Numisiarum, a Cuglieri;
- gli Aichilensi – Sardi Pelliti o Olea nel Montiferru (in particolare, a seguito delle invasioni prima punica e poi romana, stanziati nelle montagne di Scano di Montiferro e di Santu Lussurgiu;
- i Luguidonensi nel Logudoro;
- i Longonenses nella zona di Santa Teresa di Gallura;
- i Nurritanenses o Nurrenses nei territori di Orotelli e del nuorese. Nel II secolo d.C., operarono al servizio dell’esercito imperiale (Cohors I – Nurritanenses) nella Mauretania Cesariense;
- i Parati nel Monte Albo;
- gli Acconiti nel Monte Albo e nei Monti Remule;
- gli Esaronensi da Posada alla valle del Cedrino;
- i Sossinati a Dorgali sino Baunei;
- i Cunusitani in Barbagia, in particolare a Fonni;
- i Celsitani nel Gennargentu dell’Ogliastra sino ai Tacchi di Osini-Ulassai;
- i Gallilensi nel basso Flumendosa sino all’Ogliastra meridionale;
- i Maltamonenses in Marmilla;
- i Semilitenses nel Cixerri;
- i Moddol nel basso Campidano e nella Trexenta;
- i Siculensi nel Sarrabus;
- i Beronicenses nel basso Sulcis e nell’Iglesiente.

Testo di AM, foto di AA

