Costruire la Torre – Appunti di Ingegneria Eretica

di Adamo Panone

« …Vi era ancora una quinta combinazione, di cui il Demiurgo si servì per decorare l’Universo… »

(Platone, Timeo)

Foto: Torre Longobarda di San Michele, Murisengo (AL) 1999.

Una premessa doverosa

Che cosa NON vuol essere questo contributo: l’ennesimo trattato sui massimi sistemi che tenti di spiegare cause e ragioni del nulla più imperante. Appaiono infatti di per sé bastevoli gli sforzi profusi sino ad oggi sull’argomento da personalità di tutt’altro spessore e levatura; sforzi, peraltro, ben conosciuti e di sicuro già abbondantemente digeriti da quanti aderiscono a visioni e valori non conformi, i quali – riteniamo – di tutto abbisognano, tranne che dell’ennesimo pamphlet per rinvigorire la giustezza del proprio sentire.

Consapevole dell’ecletticità dei temi e dell’interdisciplinarità tra le materie che andranno qui anche solo indirettamente a richiamarsi, mi preme inoltre sin da subito sgombrare il campo da qualsivoglia equivoco, rassicurando i lettori del personale disinteresse nel trattare in tal sede di sociologia, di diritto, antropologia, o peggio ancora di politica e economia.

Mi riterrò al contrario estremamente fortunato se riuscirò a dare l’abbrivio a qualche volenteroso che vorrà cimentarsi nell’elaborazione “tecnico-contenutistica” di una struttura esistenziale (e non solo) alternativa sotto i multiformi versanti dell’umano operare.

Lungi dal volermi raffrontare con una siffatto monumento, ho con sincerità sempre pensato che, piuttosto che di astruse riflessioni destinate ai più sui possibili rimedi all’odierna degenerazione, vi fosse il tangibile bisogno, tra chi condividesse una certa Weltanschauung, di una sorta di “Che fare?” ad uso interno, ossia di un insieme coerente di valutazioni da cui cominciare ad inquadrare “logisticamente” l’emergenza dei nostri tempi, soprattutto (sia pur concettualmente) da un’angolatura pratico-organizzativa; non solo ribadendo in modo implicito l’estraneità della nostra posizione di dissenzienti e dissidenti, al tetro abisso di inferiorità che ci accerchia, ma dando nel contempo “il la” alla creazione (nel senso più tradizionale e primigenio del termine) di un modello aggregativo innovativo, per porre così le basi (rituali) di un ambito diverso entro cui vivere nel quotidiano l’Azione, ed allo stesso tempo progettare il futuro.

A cosa ambiscono, allora, questi modesti appunti: semplicemente ad andare oltre.

O meglio: ad immaginare un oltre, fornendo qualche spunto intuitivo a chi voglia sensatamente (e finalmente) serrare i ranghi, cominciando ad agmen quadratum, a prescindere da una generale “teoria della ri-costruzione”, ed a prescindere da chi ha saputo, sa o saprà organicamente e con merito stenderla ed esporla ai più.

Dunque, un vigoroso colpo di vanga, il primo -si spera- di una lunga serie, verso lo scavo delle fondamenta di quella fortezza, destinata in futuro ad accogliere, tra le sue mura granitiche, tutti coloro che si dimostreranno all’altezza di viverci: la cittadella dai cui bastioni eretici e ribelli potranno scagliare gli strali per difendere il tesoro più prezioso della loro blasfemia; ma allo stesso tempo la Torre alchemica della jodorowskyana “Montagna Sacra”, l’Atànor, l’Officina degli Elementi, ove sperimentare limiti e potenzialità, nonché tattiche tempi e modi per lanciare vittoriosamente l’assalto al Terzo Millennio.

Alle radici dell’Eresia: per un approccio metodologico esistenziale

Autori come Jünger, Evola o da ultimo Alexandr Dugin, hanno descritto magistralmente nelle loro opere il fondamento dell’essere ontologicamente estranei alla moltitudine, ossia cosa pone oggigiorno il Ribelle, l’Anarca, l’Individuo Differenziato o il Soggetto Radicale inevitabilmente in contrasto con la massificazione conclamata, e cosa muove costui in questa sua irrefrenabile ed inquieta ricerca di una via di sublimazione.

Tutti i suddetti autori hanno dedicato parole tanto sublimi quanto inequivocabili all’inevitabilità, per quel tipo umano che si accinge alla scelta radicale, di inaugurare un percorso tutt’altro che teoretico, nel tentativo di sviluppare, attraverso l’Azione con qualsiasi mezzo (sia esso politico, spirituale, artistico, estetico o marziale), una identità tra ciò che egli intende fare, e ciò che effettivamente fa, tra ciò che immagina di conseguire e quello che consegue, dunque in ultima istanza, tra ciò che costui è, e ciò che diventa.

Ed è da queste riflessioni che trae vigore la nostra analisi sulle ragioni del ponderare -e dunque sul tentativo di teorizzare- un’alternativa esistenziale comunitaria sostenibile.

Al principio dell’agere, v’è sempre un’illuminazione improvvisa, un guizzo, uno stato di coscienza superiore che, manifestandosi rischiara, come un lampo nelle tenebre, e fa apparire agli individui dissenzienti, la collisione con lo status quo in tutta la sua potenza.

È la consapevolezza della diversità, la lucida pazzia che conduce le “eccezioni viventi” a sentirsi non più parte di una collettività indifferenziata, ma bastevoli a sé stesse.

Qualsiasi cosa si dica, qualunque cosa succeda, ovunque si trovino, gli “sciocchi del villaggio” – come tali additati in ogni tempo dalla congerie “sana” delle comunità -, o – per dirla all’orientale – gli adepti dello yoga di Shiva prendono atto della loro discordanza con l’ambiente limitrofo, si adeguano a detta distonia, mettendo tutto – e principalmente se stessi – in discussione, e facendosi vanto di ciò.

La realizzazione della propria diversità è dunque conseguenza di un malessere esistenziale, di un “fastidio” che, se rettamente indirizzato, può condurre finanche all’Azione, affermazione costante, attraverso la pratica giornaliera, di un modo di (re)interpretare e vivere la realtà. Nessuna gioia (semmai odio!) da spartire con gli insulsi automi dell’odierno consorzio sociale… nessun tentativo di far tra costoro proseliti. Semplicemente, la consapevolezza di una irrimediabile rottura; e il recondito anelito (mai brama) di imbattersi ne (mai ricercare volutamente) i propri simili, per condividere ed accrescere questo impulso distruttivo/rigenerativo.

Ma una tale rottura, perché si consumi pienamente e produca i suoi frutti, deve irrimediabilmente sfociare in un modo di vivere alternativo, inconcepibile agli occhi dei più, che appaghi l’Individuo Differenziato in ogni ambito del suo operare. Un modo di vivere che non obbligatoriamente si pone fuori o ai margini del mondo, ma che al contrario ben può (e deve) declinarsi proprio attraverso quanto oggi il mondo offre.

Incidentalmente mi sono più volte chiesto, soprattutto volgendo lo sguardo alla mia storia personale e a quella della mia famiglia, se a monte di tutto vi sia una ragione più profonda, una causa prima, che nell’essenza ponga da sempre “coloro che osano” in antitesi al tipo umano dominante. Mi sono sempre domandato, cioè, se l’atto di volontà assoluta, di auto-affermazione – a prescindere pertanto dall’epoca, dal contesto sociale o geografico in cui il “gran rifiuto” viene simbolicamente formalizzato – sia il frutto di una predisposizione congenita, oppure la reazione combinata di fattori esogeni che, agenti su un più profondo strato dell’essere, comune a tutti gli uomini, provochino ad un numero più o meno esiguo di questi, in via del tutto casuale o per una sorta di predestinazione, la vitale necessità di re-agire al torpore indifferenziato circostante.

Anche in questo caso, pur non parendo opportuno andare a scomodare i vari impianti filosofici, giuridici o religiosi che – ciascun a proprio modo – lungo il corso della storia hanno tentato di dare una spiegazione plausibile al fenomeno del furor e della disubbidienza, ed una giustificazione strutturata alle relative conseguenze (virtù / esimente / colpa; e quindi gratificazione / espiazione, mediante un sistema meritocratico / punitivo graduato), vorrei richiamare ai lettori le parole di un grande Uomo, scomparso ormai anni or sono, che, in occasione di una conferenza tenuta a Roma sulle radici storiche e culturali dell’ardistismo (dunque sia pur in un contesto molto peculiare e solo astrattamente pertinente a ciò di cui qui si dibatte), centra a mio parere la questione, con semplicità e linearità a dir poco disarmanti.

Scrive Pio Filippani Ronconi:

« L’arditismo come tale, indipendentemente dal popolo, o dal reparto militare che lo pratica, ha due radici. La prima è quella della necessità obbiettiva di migliorare o risolvere una situazione tattica mediante quell’atto di ‘pura follia’ noto come ‘colpo di mano’ […].

La seconda radice è molto più difficile da individuare, perché risiede nella profondità dell’animo umano, laddove i poteri dell’immaginazione si coniugano secondo la volontà di essere, più che di sopravvivere: si tratta di evocare in un istante di concentrazione totale quella medesima volontà – dimenticata dai più nei millenni di vita civile – che permise alla razza umana di sopravvivere alle glaciazioni del Paleolitico e agli infiniti accidenti – guerre, pestilenze, migrazioni e carestie – che ne hanno accompagnato il cammino fino ai giorni nostri. Questo potere di sopravvivenza attraverso l’impossibile, questa capacità di vedere con gli occhi dello spirito il risultato, prima ancora di iniziare l’azione, è il potere dell’immaginazione. E’ lo stesso potere che gli Aryani vedici attribuivano al dio Mitrà, dicendo ‘Il nobile Dio pensò l’Impensabile’ […]. Ed il potere dell’immaginazione è sostanziato di volontà » [1].

Quella volontà, continua Filippani Ronconi, per cui l’uomo

« … ha scoperto l’America, ed altri fino allora ignoti continenti, ha sondato i mari, ha scalato i monti (in fondo per gioco); è volato nello spazio cosmico… e non s’arresta in questo folle impegno che, per il cinico non serve a nulla, dato l’ineludibile termine della vita, che pone fine a tutto » [2].

Per il professor Filippani Ronconi, dunque esisterebbero

« … due tipi umani nei quali s’incarnano i due impulsi contrapposti: di conservazione ottusa e stagnante, o di innovazione e invenzione continua che caratterizzano l’umano operare. Nel primo caso, avremo il tipo umano che per fare qualunque cosa s’attende la sanzione dell’autorità superiore, per dirla alla tedesca la Befehls-taktik, la ‘tattica di attendere gli ordini’. […] Per questo tipo, di là della propria egoistica individualità, esiste solamente la massa indistinta degli ‘altri’, altrettanti ‘tubi digerenti’ come lui dominati dalle esigenze di ordine biologico: cibo, sonno, gioco, e qualche vibrazione sentimentale, al posto di una vita spirituale autentica. […] Per questo tipo, […] il normale ordinario di uno Stato laico è negazione del miracolo e della Provvidenza, di fronte alla quale siamo tutti ‘peccatori’ futuri ‘pentiti’ ammessi al perdono ed alla contrizione, categoria metafisica, addirittura ontologica, nella quale saranno livellati tutti i futuri cittadini ‘perfetti’.

Il tipo umano opposto – ribaldo e peccatore se mai ce ne fu altro – è quello di coloro che agiscono in base a ciò che possiamo denominare ‘fantasia morale’, o ‘autonomia della coscienza’, a cui si obbedisce in base ad un imperativo etico, spesso trasgredendo alle convenzioni, infischiandosi del quieto vivere e negando la pseudo-logica delle suggestioni collettive. Questo tipo umano è quello che intuitivamente vive di coraggio e di invenzione, nel senso latino di ‘inventio’, cioè di volontà di trovare, di ‘invenire’. Il suo modo di conoscere e di operare è l’immaginazione e […] l’immaginazione è pensare ‘ciò che non è stato pensato’. E il coraggio, per cui si vive una vita fondata sull’immaginazione, è fare ciò che si immagina tenendo fede al fine, senza pentirsi, facendosi irresistibilmente ‘attirare’ da ciò che si vuol fare. Questa è la materia prima di cui è fatto l’Ardito. Egli è tale perché supremamente capace di mollare gli ormeggi che ci tengono avvinti al quotidiano e all’abituale, in attesa che altre pause soffochino la nostra virilità nell’agire. Con la mente svuotata da qualunque timore o incertezza, l’Ardito si getta a capofitto nell’azione, come il paracadutista che, mollata la fune di vincolo, si abbandona alla beatitudine del vuoto, precipitando in un mare fiottante coraggio – come un filosofo descriveva il mondo dello spirito, quello robusto, vero, che dà sostanza di vita alla nostra anima; non l’esangue sogno letterario, ma la dedizione completa a quella che di volta in volta è probabilmente l’ultima avventura. Questa, in spirito, è la dote dell’Ardito: non il turgore declamatorio per l’azione, ma l’abbandono innamorato a quella che può essere l’ultima chance di questa vita » [3].

Penso che a queste frasi sia superfluo qualsivoglia commento, tant’è la loro intrinseca chiarezza. L’atto di ribellione finalizzata è l’atto creativo per eccellenza, che nasce, oltre che dallo stato di necessità, dalla risoluta fermezza di uno specifico tipo umano da sempre presente in natura (alias l’Eretico, il Ribelle o l’Ardito, comunque lo si voglia chiamare), strutturalmente in grado di pre-immaginarsi il risultato. L’Azione, nel senso più nobile e genuino del termine, è così manipolazione metafisica della realtà mediante il Volere puro di singoli e speciali Uomini, capaci di porsi, più o meno consciamente, in perfetto accordo con le più recondite potenze rigeneratrici del Cosmo.

Cenni di Metafisica delle Costruzioni

L’Azione è quindi per l’Eretico (da ora innanzi lo indicheremo così), oltre che un impegno dettato dalla contingenza, un veicolo magico.

Ma perché a tale manifestazione di volontà estrema consegua con buone probabilità l’effetto prefissato, è opportuna, da parte di colui che la pone in essere, un’ulteriore e formidabile presa d’atto: la realizzazione, a livello profondo, del non esser soli.

Se interiorizzata in modo appropriato, tale intuizione non equivale ad una consolazione, bensì alla consapevolezza dell’esistenza aprioristica di un recte agere, indiscusso, indubitabile. Così, oltre a rivelarsi senza volerlo uno sprono, questo processo “metabolico” può produrre nell’Eretico, quale coerente conseguenza, una probabile trasfigurazione circa il suo modo di approcciare (in via consequenziale):

  • al perseguimento del proprio obiettivo: quest’ultimo, cioè, non potrà, rebus sic stantibus, che palesarglisi per quello che davvero è, ossia la meta inevitabile a cui ambiscono tutti coloro che spartiscono una potenziale comunanza di destino;
  • ai propri simili, votati sì autonomamente all’Azione, ma uniti tra loro da un superumano, sottile vincolo di solidarietà;
  • all’idea di un Sodalizio a cui necessariamente aderire su base volontaristica, che sappia dotarsi di una idonea struttura organizzativa, ove convogliare e coordinare potenzialità e aspirazioni dei singoli sodali.

L’Azione, insomma, perché sortisca l’effetto voluto è d’uopo che venga scientemente convertita da isolata in comunitaria, e sia nel contempo corredata di un vettore aggregativo in grado catalizzare e sublimare tutta la potenza addotta dai suoi aderenti. Questa comunione d’intenti non potrà così che irrimediabilmente rappresentare il frutto di composite individualità, le quali, apportatrici in modo organico di specifiche prerogative, potranno consentire il verosimile raggiungimento del fine, sia esso individuale o collegiale, cui l’agere medesimo tende.

« Ed ecco che dai loro volti si sprigionò una triplice luce, radiosa e brillante a misura della loro ira! […] Allora queste forme luminose, suscitate dagli Dei, mescolandosi l’una con l’altra, non furono altro che un’unica luce, formidabile, grande quanto lo spazio. / Gli Dei la contemplarono in silenzio ed inquieti, vedendola mutarsi in una forma femminile, in tutto lo splendore della sua bellezza. […] Così nacque dagli Dei, la Dea suprema! E ben provvista da loro di tanti doni senza prezzo, si degnò come Sovrana, di gradire i loro omaggi. Allora gridò di gioia e poi proruppe in una risata, nell’ardore della sua allegria, esultando per vedersi così bella. Instancabilmente ripetendo le sue risate e i clamori di gioia, riempì l’universo di frastuoni inauditi! La Terra ne fu scossa dalle fondamenta, il mare si sollevò e alcune montagne crollarono, tanto il chiasso era formidabile! E nel cielo, vedendo questo, tutti gli Dei esultarono gridando ‘Vittoria alla Dea!’, piegandosi in adorazione dinnanzi alla Combattente! » [4].

Ci è parso pertinente citare in proposito, quale similitudine, alcuni dei versi più significativi del Devi-Mahatmya, la “Celebrazione della Grande Madre”, uno degli Inni più sacri dell’induismo, in cui viene descritta la nascita della suprema Dea della Potenza, l’Energia Sovrana, la sola in grado di tenere testa alle forze oscure, e senza la quale la battaglia degli Dei contro tali forze sarebbe andata irrimediabilmente persa. Essa è emanazione delle principali Divinità del Pantheon indiano che, irate per la situazione di stallo venutasi a creare nel corso della lotta, e ciascuna a seconda della propria peculiare essenza, dotano la Dea Guerriera di diversificate armi che Le consentiranno, al momento opportuno, di sferrare l’attacco finale contro il Male.

Al di là del significato recondito del Mito, l’eterna legge della corrispondenza tra l’umano ed il divino insegna come, nel particolare vi sia egualmente la scintilla della totalità (“come nel grande, cosi nel piccolo”). Ogni specifica ha pertanto pari dignità nel raggiungimento dello scopo, a prescindere dalla sua provenienza, perché nobilitata dallo scopo stesso, e referenziata da una volontà granitica di perseguirlo in comunione.

Per costruire la Torre, nulla insomma deve trascurarsi, essendo cruciale il contributo di tutti i partecipanti all’Azione, a seconda delle propensioni naturali di ciascuno. Ma perché ciò avvenga è imperativo anzitutto che gli Eretici consapevolizzino quell’idem sentire, quell’essere uniti nel sublime sforzo, che andrà a costituire il cemento e presupposto necessario per la teorizzazione di qualsivoglia modello aggregativo.

Volontà di organizzazione e volontà di sublimazione

Germina, in sostanza, dall’ulteriore presa d’atto della necessità di una diversificazione, tra le predisposizioni di Uomini che condividono la medesima sorte, l’esigenza di abbozzare una struttura aggregativa prototipica, in grado sia di riconoscere tali discordanze, che di amalgamarle, valorizzarle e inalvearle coerentemente, facendo apparire le individualità come sfaccettature armoniche di un tutto coeso e in costante trasformazione.

Una struttura pertanto, quella della nostra Torre, tanto massiccia e inattaccabile dall’esterno, quanto intrinsecamente duttile, che sappia tener in debita considerazione e ottimizzare, non solo al momento dell’adesione, ma nell’intero arco di appartenenza al Sodalizio, sia il grado di partecipazione all’Azione da parte di ciascun Eretico, sia la qualità del contributo da questi progressivamente offerto.

Circa le caratteristiche che tale contributo deve possedere, corre invero significare come esso non sia necessariamente destinato a fossilizzarsi in un’univoca tendenza, manifestata ad intensità pressoché costante, e funzionale solamente all’immediato appagamento di più o meno calcolate ambizioni o personalismi. Al contrario, l’apporto di ogni sodale dovrà assolvere alla responsabilità di corroborare, sia all’interno della compagine che di fronte agli esterni, l’idea del Sodalizio quale fratellanza d’intenti e Comunità di Destino, strumento empirico attraverso cui sperimentare la volontà di idealizzare e di prefiggersi il cambiamento: tanto del mendace ed illusorio mondo limitrofo (attraverso l’agere comunitario), quanto della propria essenza, sposando la convinzione di un parallelo, imprescindibile percorso di fortificazione interiore.

Come fuori, cosi dentro”: mai di conseguenza perdere di vista il fine ultimo a cui dovrà ottemperare il Sodalizio, ossia quello della trasmutazione della realtà circostante mediante la risolutezza, da parte dei suoi adepti, di elevare anzitutto se stessi attraverso l’Azione.

In tal guisa, ciò che il Sodalizio svelerà all’esterno, non potrà che essere irrimediabilmente la risultante di quanto i singoli sperimentano principalmente al suo (e quindi al loro) interno.

Per un modello di Sodalizio

Siamo dunque arrivati al nocciolo della questione.

Come – banalmente – tradurre tutto ciò sotto il versante progettuale e logistico? Sulla base di quale modello articolare, cioè, la nostra Torre, coniugando l’esigenza di una baluardo tanto imprendibile dal di fuori, quanto flessibile nella sua intrinseca organizzazione, e capace, nel rispetto delle svariate attitudini di quanti vorranno dimorare in essa, di garantire i margini per una legittima, collegiale aspirazione d’elevazione spirituale e/o realizzazione esistenziale?

In quanto antitetico al concetto stesso di plasticità, e poiché contrario ad un doveroso iniziale riconoscimento di eguale dignità in capo a chiunque sia intenzionato ad aderirvi, mi sentirei di escludere sin da subito qualsivoglia schema imperniato su una stretta gerarchizzazione.

Al principio, con la decisione di porsi in frattura rispetto alla Wasteland, v’è infatti pur sempre una serie di disinteressati e paritetici atti di cristallina volontà, compiuti da altrettanti uomini liberi che, in quanto tali, non possono ammettere (perlomeno sulle prime) tra loro prevalenze o subordini, in forza di aprioristiche scale valutative, o metri precostituiti da autoreferenziali “registi”.

Al contrario, rifacendomi all’idea di Sodalizio come “corpo vivo”, riterrei molto più confacente al nostro proposito una configurazione di tipo organico, a “metamorfosi continua”. Così, da un iniziale raggruppamento degli accoliti in circoli posti sullo stesso livello, seppur tra loro eterogenei per contenuto (sulla scorta delle inclinazioni e propensioni palesate istintivamente da ciascuno), attraverso una vicendevole e proficua interazione e compenetrazione basata sulla trasmissione delle diverse esperienze ivi vissute, potranno nobilitarsi le vocazioni già espresse dai singoli nei vari ambiti, ed infine liberare per loro tramite quelle energie rigeneratrici tanto auspicate per una trasmutazione sia soggettiva (microcosmica) che obbiettiva (macrocosmica) della realtà.

In altre parole, tale sistema, se rettamente tratteggiato, condurrebbe alla verosimile rappresentazione di una consorteria strutturata per “cerchi compenetranti”, ossia concepita per ambiti figurativamente autonomi, i quali però, intersecandosi di continuo grazie ad una diligente opera di interconnessione esperienziale operata dai rispettivi appartenenti, genererebbero sempre nuove figure e sezioni, là dove ad ognuna di queste si ricondurrebbero sia le propensioni di ognuno, individuate sulla base delle vocazioni del momento, che le esperienze in forza di ciò realizzate.

Nessuna gerarchia, nessun classificazione precostituita: un simile impianto, infatti, non chiama in causa alcun assetto piramidale, poiché non vi sono né basi né vertici, ma soltanto Uomini che, posizionati dapprima sullo stesso piano in ragione di una fatale scelta di campo, e distribuiti a seconda delle rispettive provenienze, inclinazioni ed attitudini, si potranno distinguere in seguito qualitativamente, sulla scorta delle esperienze maturate e raggiunte nel Sodalizio, delle individuali aspirazioni, nonché del tipo di consapevolezza che essi hanno sviluppato del Sodalizio stesso e dei suoi fini.

Se dal punto di vista figurativo, tale strutturazione ricorda vagamente quella di un Solido Platonico, sotto il versante di una fisionomia sostanziale, essa può in via agevole ricondursi al prototipo di Comunità Organica auto-sussistente e indipendente.

Chiarisco sin da subito – e a scanso di equivoci – che l’espressione Comunità Organica alla quale qui mi riferisco, non deve intendesi propriamente nella sua accezione (meta)storico-sociologica di tipo Tradizionale, imperniata cioè su una rigida (t)ripartizione delle funzioni basilari dell’agire umano (sacerdotale/guerriera/agricola-mercantile), disposta per “cerchi concentrici” chiusi, non comunicanti: una simile concezione, infatti, richiama malgrado tutto una differenziazione precostituita, inevitabile, perché a doppio filo legata (e relegata) proprio alle manifeste inclinazioni dei suoi componenti, sotto tale ottica più condizioni stagnanti a cui “per fato” dover consacrare la propria esistenza, che prerogative, grazie a cui intraprendere progressioni metafisico-esistenziali.

Nel nostro caso, al contrario, non vi è un agglomerato di individui più o meno capaci che, assecondando l’istinto, abbracciano e condividono la scelta esistenziale di un intenzionale isolamento, attrezzati unicamente della propria buona volontà e della speranza “per un domani migliore”, né tantomeno un gruppo di fanatici escatologi, decisi a dare vita all’ennesima psico-setta ove proscrivere il resto dei propri giorni, ma una Comunità di Eguali costituita da Uomini Differenziati risoluti, con scopi inequivocabili, collettivi e personali, volti precipuamente a “rompere gli equilibri” mettendo in discussione se stessi e tutte le proprie certezze, e determinati a rifondare su ogni piano l’essere mediante l’Azione.

Per rendere la giusta idea del livello di tensione funzionale al modello di Sodalizio a cui si ambisce, riguardo ad un possibile parallelismo cui ricondurre una siffatta esperienza di “esauriente rottura”, non può, ancora una volta, che venirci in ausilio il Mito, con gli illuminanti riferimenti che presenta, con la prova della nostra Torre, la leggendaria nascita di Roma.

Anche in questo caso, oltre al valore e all’importanza attribuibili, sul piano metastorico e sovrasensibile, ad una così possente epifania del divino, qualora si legga il fatto testualmente, senza condizionamenti interpretativi, si noteranno delle impressionanti analogie tra il Mito di fondazione dell’Urbe, con i nostri attuali “sacrileghi” sforzi di concepire un’alternativa omnicomprensiva per reinterpretare la quotidianità.

Romolo (il Ribelle per antonomasia):

  1. abbandona col fratello, ad Alba Longa, parenti, amici, e finanche nemici, per dare vita altrove a qualcosa di radicalmente innovativo;
  2. determinato come non mai, uccide perfino Remo (ultimo legame con le pulsioni terrene e la sua precedente vita), e traccia un limen sacrum, ovvero il confine tra la materialità contigua ed il suo nuovo modo di concepire l’esistenza: è l’affermazione dell’Essere nel divenire, il centro immobile calato nella corrente della Storia;
  3. richiama intorno a sé, con il suo gesto, tutti i “disadattati” dei territori viciniori (ovvero coloro che non si riconoscono più nelle rispettive comunità d’origine, dalle quali sono stati peraltro -in ragione delle loro condotte non allineate- già marchiati ed espulsi) e li convince inconsapevolmente a creare una nuova stirpe entro il limen sacrum; li convince cioè a diventare Patres;
  4. è Primus inter Pares: egli ha dato origine (con un atto creativo per eccellenza, e senza rifarsi a esempio alcuno), ed è parte costitutiva di una Comunità di Eguali, una comunità, cioè, ove tutti hanno trasceso e sublimato la loro originaria condizione “soltanto” antropica, per abbracciare virtualmente la regalità, e dunque la totalità. I Patres sono così Uomini Integrali, contadini, sacerdoti e guerrieri insieme. Sono bastevoli a se stessi. È solo successivamente, con la “storicizzazione” dell’Urbe, che si opererà la ben nota “tripartizione”.

« Ivi si rifugiò, dai popoli vicini, avida di novità, una folla di gente di ogni sorta, senza distinzione alcuna tra liberi e servi: e quello fu il primo nerbo dell’incipiente grandezza. Soddisfatto poi [Romolo] di tali forze, provvede poi ad istituire per esse un Consiglio. Crea cento senatori. […] E certo per la loro dignità essi furono chiamati ‘padri’ e ‘patrizi’ i loro discendenti » [5].

Non esagererei pertanto, se paragonassi questa visione di Sodalizio, più ad una confraternita iniziatica, ad un Ordine, che ad un normale consesso sociale.

Audacia e risolutezza nel voler nascere una seconda volta, dignità paritetica, ed esemplarità reciproca: tutti hanno da insegnare, tutti hanno da imparare, tutti avranno semplicemente da fare. Chi lo vuole davvero, potrà progredire non su scala gerarchica, ma spiritualmente e sul piano dell’esistenza, fungendo da dimostrazione vivente agli altri sodali.

Comunità Organica di tipo Tradizionale e Comunità Organica Sperimentale

Vorranno perdonarmi i lettori se mi permetto di insistere sul radicale mutamento di scenario da cui intendere il fare e l’essere Comunità, costituendo ciò uno dei punti nevralgici di questo contributo.

L’obbiezione primaria che mi sento di svolgere verso il modello “classico” di Comunità Organica – Tradizionale, per l’appunto – attiene al modo di collocare nel suo corollario di declinazioni pratiche le manifeste differenze tra le vocazioni innate ai singoli.

Pur dando per scontato che queste, in seno a tale paradigma aggregativo, innegabilmente esistono e coesistono, s’è detto che in una prospettiva Tradizionale, simili differenze costituiscono, in forza della loro concentricità – se non addirittura gradualità gerarchica, qualora se ne vaglino, nella quasi totalità, le rappresentazioni storiche – più compartimenti stagni, gabbie ermetiche entro cui gli appartenenti rinchiudono la personale ventura “d’esser fatti in un certo modo”, piuttosto che posizioni di partenza da cui tentare un’elevazione / integrazione, nella massima libertà, della propria essenza.

Il rilievo nasce da una triplice considerazione:

  • se il traguardo del Sodalizio è quello di rompere totalmente, oltre che con ciò che è, anche con tutto quello che è stato (dal punto di vista ideale ed ideologico: sovrastrutture mentali e modelli passati di convivenza sociale), non si capisce perché la Torre alla fin fine debba risultare una mediocre variante sul tema, se non peggio, una sorta di “minestra riscaldata”;
  • se lo scopo del Sodalizio è quello di frantumare ontologicamente quanto vi è attorno, facendo della propria configurazione un qualcosa di qualitativamente straordinario, non si capisce come ciò sia possibile, esulando dall’onere distruttivo / rigenerativo che ai suoi componenti congiuntamente spetta, assumendo ruoli – quantomeno in principio – decisamente paritetici;
  • di riflesso, nel particolare, se il fine del Sodalizio è quello di innalzare i suoi affiliati, facendone “Uomini Integrali”, non si comprende perché costoro debbano in fondo e nel proprio “cerchio” d’appartenenza, accontentarsi di dare, in modo supino e acritico, mera esecuzione alla propria sia pur decorosa missione esistenziale, senza azzardare di romperne verticalmente, con una netta affermazione di volontà, i gangli naturali, per librarsi con slancio verso sfide più alte.

Giudicando (in verità non a torto) inibenti e dunque inidonei, per una piena realizzazione del soggetto dissenziente, gli esempi aggregativi fondati in esclusiva su una militanza politico-culturale, oltre a quelli unicamente improntati ad un’esistenza vissuta ai margini della società (quand’anche condotta in perfetta simbiosi con l’incedere naturale dei tempi e delle cose, ovvero ispirata ad una ricerca spirituale autentica), i sostenitori dello schema per “cerchi concentrici”, che propugnano la bontà del modello di Comunità di tipo Tradizionale (abbinandolo spesso al tema oggi tanto in voga della decrescita), (ri)propongono una soluzione che salvi di fatto capre e cavoli, suggerendo di far coesistere in un contesto unitario, in maniera organica ma altrettanto asettica, tenendole rigidamente separate tra loro, dette manifeste differenze tra le vocazioni.

Così, qualunque sodale, in una tale veduta d’insieme, potrebbe pianificarsi a buon diritto il proprio ambiente ideale, fornendo sistematicamente ed efficientemente alla Comunità, al pari degli ingranaggi di una macchina funzionante alla perfezione, il personale apporto, senza tuttavia prestare ad essa alcuna garanzia o impegno, per un coinvolgimento ulteriore o supplementare nel caso in cui il marchingegno s’inceppi.

Ora, se da un lato una simile visione appare la scappatoia più ragionevole per una convivenza disinteressata tra individui con un idem sentire, dacché salvaguarda e canalizza con metodo le rispettive inclinazioni, sotto altro versante non ci si può purtroppo esimere dal ribadire come, sempre detta visione finisca coll’immolare ogni più alto fine, tanto individuale che collettivo, proprio alle libere propensioni di ciascuno.

Pertanto, oltre che la più facile, essa rappresenta – a parere – finanche la più arrendevole via al fare ed essere Comunità, ovvero il “restare insieme per non restare da soli”, piuttosto che lo “stare insieme per trascendere”.

Dalla teoria alla pratica: primi passi per serrare i ranghi. Le differenti vocazioni tra i singoli

Corre però a questo punto tirare le fila di quanto sin qui concettualizzato, e verificare, nella prassi, se vi possano essere potenziali presupposti, sia in senso soggettivo che oggettivo, su cui tentare di innestare le prime nodali mosse che conducano ad un minimo di progettualità condivisa.

Al di là delle considerazioni fino ad ora snocciolate, e dei connessi auspici per ciò che individualmente e collegialmente i potenziali aderenti, nella prospettiva e nell’ambito di un Sodalizio, potrebbero / dovrebbero svolgere, vi è un innegabile ricorrente quid ad assimilare i nostri Eretici, un comune denominatore cioè originato da alcune identiche, sedimentate consapevolizzazioni:

  • lacerazione con lo status quo: ogni Eretico è conscio della propria “asocialità”, del proprio essere “al limite”, del vivere in questo mondo di rovine, pur non sentendosene parte;
  • necessità di fare quadrato coi propri simili. L’esistenza stessa di un Sodalizio degno di tale nome e la fiera appartenenza ad esso, ne è la dimostrazione tangibile. Vero è che, da qui a stimare come impellente l’elaborazione di un progetto di vita ed azione comunitarie, ce ne passa… Ma che qualcuno, oltre ad abbozzare all’eventualità sotto il versante concettuale, inizi a ravvisarne finanche l’esigenza pratica, appare innegabile. Entro quali termini realizzare ciò (sostanziali, formali, teoretici o empirici), gli Eretici dovranno per l’appunto discuterlo ed affinarlo;
  • genuino desiderio di rigenerazione, concetto che racchiude e sottende, oltre all’innata, combattiva attitudine all’agere, la volontà di spingersi oltre, stimolando ed incoraggiando la propensione ad una realizzazione funzionale al superamento dell’attuale stadio di necrosi valoriale/spirituale.

Circa quest’ultimo fattore, e per riallacciarci a quanto abbiamo già avuto modo di vagliare nei paragrafi precedenti, appare logico che, se il valore aggiunto di una Comunità Organica Sperimentale imperniata su “cerchi compenetranti”, consiste giustappunto nel ribaltamento di visuale entro cui scorgere ed inquadrare le manifeste differenze tra le vocazioni innate ai singoli (ossia le propensioni che ciascun Eretico valuta prioritarie e connaturate al proprio essere – e alle quali dunque rapporta il proprio agire -, e per la cui elevazione il Sodalizio stesso verrebbe ad essere considerato irrinunciabile veicolo) – qualunque “tavola tecnica” inerente la nostra Torre non potrà neppure essere delineata senza un preliminare censimento dei generi vocazionali in capo agli  aderenti al Sodalizio (dandone per assodata la pluralità), né proseguire senza la ragionata pianificazione degli insiemi entro cui ricondurre, in forza di ciò, i singoli affiliati.

A tal proposito, grazie all’amicizia e – più in generale – alle leali relazioni interpersonali intrattenute nel corso degli anni con numerosi individui della tempra corrispondente al tipo umano cui questo intervento è dedicato, posso – con buon margine di approssimazione – affermare come tra gli Eretici compaia generalmente una triplicità di generi vocazionali:

Inclinazione alla realizzazione esistenziale.

Coloro che esternano tale esigenza, riconducendo il loro malessere alla modernità, e ascrivendo la siderale distanza che li separa dal Leviatano, al pervertimento dell’indole dell’uomo (a cagione del suo voluto allontanamento dall’armonia delle leggi del cosmo), auspicano e rincorrono un distacco inteso quale ritorno fisico e fisiologico all’autentica sussistenza, in aderenza all’euritmia della natura, mediante uno stile di vita sobrio, dignitoso, possibilmente legato alla terra (dunque da praticare in habitat avulsi dagli alienanti contesti urbani), e al recupero di consuetudini, mestieri, manualità e conoscenze riconducibili a tempi non ancora corrotti dalla follia turbo-capitalista contemporanea;

Inclinazione alla realizzazione metafisico-spirituale.

Costoro, pur condividendo nella sostanza la critica alla modernità e al suo scellerato meccanismo di stritolamento ed annichilimento valoriale, intendono il distacco da essa non in senso spaziale (recepito come allontanamento da qualsivoglia contesto sociale precostituito): il distacco può – al contrario e a buon diritto – essere attuato perfino nelle megalopoli, vivendo la vita di tutti i giorni nel mondo moderno, volgendo le proprie mete di cambiamento all’interno di se stessi mediante la sincera ricerca del Focus Absconditus e la pratica del Risveglio, e seguendo il sentiero – già tracciato – tradizionale/iniziatico più affine alla propria essenza, attraverso l’esercizio attivo e costante della correlata ritualità (religiosa o esoterica, collegiale e individuale);

Inclinazione paritetica alla realizzazione sia esistenziale che metafisico-spirituale.

Per gli orientati a questa prospettiva – tra i quali peraltro personalmente mi pongo – non può sussistere né è credibile alcuna volontà di trasformazione interiore senza una sincronica, simultanea, plateale ripercussione, di quanto avvenuto a livello sottile, sul piano manifesto dell’esistenza. Se agire, in generale e come sostenuto in incipit, significa prefiggersi e concretare magicamente, a trecentosessanta gradi un cambiamento, questo non può necessariamente che oggettivarsi su tutti i piani dell’Essere, tanto a livello sensibile che sovrasensibile. Così, la costante pratica spirituale non potrà, presto o tardi che disvelare, in modo consapevole o intuitivo in chi la professa, il coerente e parallelo bisogno di una fatidica sterzata alla propria vita.

Ora, se tutto ciò – sempre secondo i sostenitori di tale visione – venisse svolto dall’Eretico isolatamente (vale a dire affrancandosi da qualsiasi comunanza d’intenti, e scevro da qualsivoglia influenza di terzi – sia pur condividenti la medesima Weltanschauung -), costui sarebbe quasi di sicuro portato ad incanalarsi verso opzioni esistenziali estreme (valutazione questa pur sempre legittima ed esemplare: rammentiamo come Evola abbia consacrato a tale tipologia di Uomo Differenziato, il suo ultimo saggio/capolavoro).

Qualora al contrario la stessa azione venga compiuta da più affini, legatisi volutamente tra loro a causa di una notoria, comune sensibilità e propensione metafisico-esistenziale, e in numero tale da originare un manipolo auto-sussistente ed auto-alimentante, l’effetto potrebbe nei fatti presentarsi energicamente rivoluzionato: non è cioè escludibile che, una volta evocate, possano tornare ad affluire e concentrarsi in quelle stesse figure dissenzienti quelle energie senza tempo oggi sommerse, che, se rettamente sublimate, permettendo un’alterazione sub specie interioritatis dell’Uomo, renderebbero a lungo andare di nuovo possibile la creazione (o il recupero…dipende dai punti di vista) e la trasmissione di una memoria cromosomica integrale, incardinata e vivificata in una Comunità orgogliosamente Differenziata, territorialmente e temporalmente circoscritta, ma pur sempre fatta di Uomini Nuovi (Essere nel tempo… Stirpe del Graal?).

A ciascuno dei suaccennati generi vocazionali – e per tornare quindi al lato pratico del nostro progetto – dovrà di conseguenza corrispondere funzionalmente un insieme, congegnato ad hoc in modo del tutto convenzionale, ove andranno a posizionarsi di volta in volta gli Eretici in base alle scelte espresse al momento del loro ingresso nella Torre. Sia ben chiaro: tutti parimenti riuniti sotto l’egida di una comunitaria Visione del Mondo (Limen Sacrum), e irrobustiti dal medesimo plenario obbiettivo, quello – al di là delle iniziali propensioni di ciascuno – di trasmutare la realtà, mediante la costante sperimentazione della volontà di trascendere se stessi.

Nessuna pressione, in definitiva, ai singoli Eretici al varco della soglia, salvo una solenne presa d’impegno, un franco e tenace atto di risolutezza, cui dovrà conseguire, da parte di ciascuno, la rassicurazione di fronte agli altri, del tentativo di superare con abnegazione giorno per giorno le proprie individualità e limitatezze, e quindi di travalicare l’appartenenza al proprio cerchio in nome del supremo progetto comunitario: coinvolgere e legare indissolubilmente in un unico Destino tutti i dimoranti nella Torre (Sodalizio come Comunità di Destino piuttosto che comunità di destini).

Cerchi compenetranti: struttura e dinamiche

Nel primo cerchio, quello “esistenziale”, andranno così a collocarsi gli Eretici che per loro iniziale scelta, intraprendessero la ricerca di una esistenza lontana dalle astrazioni concettuali d’origine ideologica e razionalistica, mediante l’emancipazione dalle finzioni economicistiche, e la ripulitura dalle sovrastrutture d’ordine sociale, politico o religioso, stratificatesi nella psiche per ereditarietà o nel corso dell’esistenza (a titolo esemplificativo e non esaustivo: nozioni di Stato, di Patria, di Nazione, di Classe, di Razza, etc.). Solo l’esser vivi grazie alla forza delle proprie braccia, e l’esser Uomini a prescindere da tutto e da tutti rileverà; solo la tangibilità dei rapporti individuali, reali, sensoriali coi propri sodali conterà.

Uniche regole vigenti, tra costoro: lo sforzo di esistere secondo la pura Volontà, piuttosto che secondo una volontà derivata, indotta, rimodulata, di natura filosofico ideologica; ed il mantenimento della promessa iniziale di tentare uno slancio, con l’aiuto dei sodali degli altri cerchi, verso la differente esperienza della ricerca di qualcosa che vada oltre il fenomenico.

Nel secondo raggruppamento, il “metafisico-spirituale”, si posizioneranno invece coloro che hanno di fatto già metabolizzato e oltrepassato la dipendenza dai fenomeni “psicosociali” contemporanei, avendo sviluppato la riservata imperturbabilità per ogni manifestazione dell’umano operare. Sono coloro che, non abbisognando più di teorizzazioni, né di convincimenti escogitati da terzi, incedono spontaneamente, maturando perciò la necessità di volgere la ricerca al proprio interno, intraprendendo un percorso di crescita spirituale, seguendo la via iniziatica più consona alla propria natura.

I soli precetti a cui si dovranno attenere gli aderenti a tale insieme, consisteranno pertanto nell’impegno a lavorare sui personali istinti e limiti, alla ricerca di una Verità non scritta (piuttosto che assecondare la propria, di verità), sforzandosi altresì di coniugare l’esercizio ed il rigore interiore, con il tirocinio esistenziale comunitario, non precludendosi cioè limiti alla conoscenza “volgarmente” e letteralmente pratica delle dinamiche del Sodalizio, per mezzo della operosa interazione con gli altri Eretici. Seppur partendo da ben altri presupposti, incommensurabilmente distanti da quelli di cui si sta qui discutendo, è probabile che ad una tale aspirazione di pluri-contestualità San Benedetto a buon diritto alludesse, quando coniò per i suoi monaci l’aurea regola dell’ora et labora.

Per dare in sostanza all’intero Sodalizio un senso compiuto, è quindi irrimandabile che coloro i quali si riconoscano in un insieme di valori fondanti, medino le rispettive vocazioni attraverso un’interazione vicendevole, che non pregiudichi nell’immediato le rispettive priorità, ma non escluda – anzi promuova – nel contempo la possibilità di più o meno prossime, biunivoche integrazioni.

Così, i sodali con vocazione prettamente esistenziale saranno liberi di vivere secondo la propria intima inclinazione, con tuttavia la precisa assunzione di responsabilità e la garanzia di adoperarsi per evolvere dal proprio cerchio, sforzandosi di intraprendere temerarie incursioni verso il metafisico. Viceversa, i sodali che ritengono al loro ingresso nel Sodalizio prioritaria la realizzazione spirituale e l’incoraggiamento dell’impeto verso il trascendente, dovranno obbligarsi a coniugare la propria ambizione con la concretezza della vita comunitaria.

Affinché un simile virtuoso meccanismo venga messo in moto, è tuttavia indispensabile un preventivo intervento combinato sui predetti gruppi, da parte di chi serba in sé il germe alla duplice inclinazione, perché potenzialmente tendente alla completezza. Veniamo pertanto al terzo insieme, quello degli “esistenzial-metafisici” (chiedo perdono per l’espressione per nulla eufonica!), ai quali, oltre al fattivo perseguimento dei fini e delle azioni su esposte, in quanto intrinseci agli altri due cerchi, spetterà:

  • in via preliminare il dovere, con l’esemplarità e/o il consiglio su base empirica (e soprattutto senza che a tale azione si sottenda alcuno status di preminenza), di “dare il la” all’interazione tra le restanti categorie di Eretici. Affinché si dimostrino all’altezza di questo delicatissimo compito, avvalorando altresì la certezza che la posizione assunta sia coerente con lo zelo profuso, ciascuno di essi dovrà letteralmente tenere un registro ove annotare tutte le sperimentazioni, i punti di partenza e le risultati ottenute, allo scopo di comparare il tutto con identiche operazioni svolte dai propri compagni di cerchio. Tutto ciò, al fine di creare un flusso costante di impressioni e di empiriche consapevolezze, mediante le quali ritoccare, tarare, accomodare gli svolgimenti che stanno alle fondamenta della Torre;
  • successivamente, il compito di teorizzare e coordinare sia le dinamiche attuative della “logica del passaggio” dall’eterogeneità all’amalgama, sia la puntuale formulazione di quelli che saranno “i principi del Sodalizio come dottrina filosofica e/o metafisica”, e che avranno il compito di attirare dal mondo esterno nuovi Eretici.

Spetterà a costoro, dunque, l’ardua incombenza di “creare, affinare, discutere, ed applicare” tanto i processi che permetteranno di traghettare i membri più idonei degli altri insiemi tra le proprie fila, quanto la (transeunte e meramente funzionale) sovrastruttura alla base del Sodalizio.

Fattori condizionanti e potenziali effetti

In una siffatta ottica di progressiva, vicendevole compenetrazione e selezione, ovviamente, si svelano gli imprescindibili presupposti fattoriali da cui dipende la messa a regime del nostro progetto.

Fattore tempo, anzitutto: il Sodalizio necessita di gradi e fasi realizzative di ampio respiro, di coinvolgimenti e di convincimenti, di interdisciplinarità e di sperimentazioni tanto individuali che collegiali.

Fattore spazio, a seguire: il Sodalizio ad un certo momento della sua evoluzione renderà indispensabile la presenza di un luogo fisico, di un “laboratorio” ove plasmare e testare le eclettiche attività del gruppo. (Buona) parte dell’energia degli Eretici, dovrà pertanto indirizzarsi anche nella ricerca e nell’edificazione figurativa, materiale della Torre, di questo Locus Alchemicus, di questa Terra del Nulla, ove si sperimenterà la morte per rinascere differenti ed interi.

Fattore meritocratico infine: solo i migliori andranno avanti. Nessuna preclusione aprioristica alle inclinazioni individuali, nessuna logica di casta, massima libertà di realizzarsi. Coloro che stanno nei cerchi “caduchi”, dovranno tuttavia guardare, prendere ad esempio e collaborare diligentemente con gli “esistenzial-metafisici”, poiché la costruzione che si ha in mente di realizzare, si regge su una forza squisitamente centripeta. Parimenti, questi ultimi dacché aspirano alla completezza, debbono consapevolizzare e patire l’insostenibile peso dell’esemplarità, e conseguentemente darsi quale perno del proprio agere la coerenza e la nitidezza che solo la sincerità verso sé e verso gli altri può comportare.

Solo la combinazione di questi fattori, insomma, insieme alla perseveranza nel raggiungimento dei rispettivi obbiettivi, consentiranno agli Eretici di trascendere individualmente ad uno stadio alchemico superiore, preludio, a pieno titolo di una seconda nascita, e di riflesso di una trasmutazione della realtà circostante.

Epilogo

Mi sono più volte chiesto se quanto fissato in queste righe – frutto, in realtà, di considerazioni e di intuizioni non sempre personali, quanto piuttosto di inconsapevoli, postume rielaborazioni di interminabili discorsi, e di scambi avuti nel tempo con persone affini per spirito e vedute – possa avere un giorno una qualsivoglia conseguenza.

Se così fosse ben venga.

Ma se al contrario tutto rimanesse come prima, non me ne cruccerei egualmente più di tanto: come non è possibile teorizzare un oltre, perché nessuna teoria basterebbe a descriverlo, allo stesso tempo sarebbe assurdo pretendere di architettare un sistema che ivi conduca.

Sappiamo solo (e questo lo possiamo affermare con certezza, poiché tutto incede a favore di ciò, a prescindere dalla impressionante banalità, sotto il versante logico-razionale, di una tale affermazione) che un oltre vi sarà.

Ovvio poi che, se non si può discutere di qualcosa, è perché non se ne ha contezza. Tutt’al più può solo esservi la confusa intuizione di un qualcosa che ci piacerebbe che fosse, ma del quale – ripeto – nulla in verità si conosce, e che pertanto non può a ragione neppure tentarsi di qualificare.

Forse forse, anzi, non converrebbe neppure sperare.

Conviene soltanto, tacere, agire e stare a guardare…

 


[1] Pio Filippani Ronconi, Le radici storiche e culturali dell’arditismo. Lezione tenuta a Roma il 3 novembre 1997.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Inno Nascita della Grande Dea, tratto dal Devi-Mahatmya (Celebrazione della Grande Madre).

[5] Tito Livio, Ab Urbe Condita,  I-8-6/7.