Gli Angli

di Alessandro Murtas

La storia dei popoli germanici che si affacciarono sull’Impero romano a partire dal IV secolo è segnata inevitabilmente dalla lotta che dovettero affrontare per la difesa della propria cultura e della loro religione.

Nonostante la Chiesa e i suoi paladini abbiano sempre voluto raccontare una certa versione molto edulcorata di una presunta “felice conversione” di interi popoli “barbari”, perlopiù nordico-germanici, alla nuova dottrina, giunta attraverso Roma, in realtà si trattò da una parte di una infiltrazione all’interno della classe dirigente di questi popoli, a partire dai loro re e regine, come vedremo nel caso degli Angli e dall’altra piuttosto di una resistenza disperata da parte di alcuni re o di frange popolari rimaste fedeli alle proprie tradizioni e che non volevano vedersi tributari materialmente e spiritualmente di un potere straniero.

Tale processo di infiltrazione avvenne ad esempio, fuori dal contesto anglico, tramite il matrimonio della cattolica Teodolinda con l’ariano Agilulfo, il quale peraltro non era non lontano dalla fazione tradizionale dell’aristocrazia longobarda.

È certo che, come si evince dalle fonti antiche, il passaggio dei capi germanici al cristianesimo fu spesso segnato da una vera e propria corruzione degli stessi. Tale corruzione si riverberava poi sul popolo, grazie all’influenza che questi sovrani possedevano. D’altro canto, la figura del REGHS indoeuropeo porta con sé le qualificazioni proprie alla funzione magico-sacrale. La corruzione poteva essere sia materiale, con fiumi d’oro e favori reciproci, sia spirituale, con suggestive promesse di vita eterna.

Corruzioni che avrebbero poi portato i sovrani a tentare di convertire i loro popoli, attraverso “la distruzione dei loro templi e l’abbattimento degli idoli” (Lettere di Gregorio Magno)

In merito al popolo degli Angli, che migrò nella Britannia abbandonata dai Romani, risulta decisamente istruttivo leggere l’epistolario di Gregorio Magno ai suoi missionari così come ai sovrani  degli Angli.
Questi, originari della Danimarca, si unirono ai Sassoni, insieme agli Juti, anch’essi delle vicine coste dell’attuale Germania e Danimarca, e subito si scontrarono con la Chiesa di Britannia. Si diffonderà così una “leggenda nera” riguardante gli Angli, tanto che la distanza culturale tra gli Anglosassoni e i Britanni consentirà ai primi per quasi due secoli di mantenere incorrotta la propria forma etno-religiosa. Riporta lo storico Gildas: “Delle indicibili sevizie patite questo fu il risultato, che mai più i vinti vollero rapporti con essi, al punto da non trasmettere loro neppure la parola della fede”. In realtà sappiamo che la Chiesa si trovava in uno stato di particolare apprensione poiché gli stessi Britanni stavano abbandonando la fede cristiana per tornare ai vecchi Dei.

Al tempo gli Anglosassoni vivevano in una situazione di sostanziale libertà dalle influenze straniere e avrebbero potuto far fiorire una splendida cultura fedele agli Dei aviti, che nulla avrebbe dovuto al cristianesimo né in termini materiali e artistici, né nella famosa poesia anglosassone, testimonianza dei canti bardici dei Germani, disprezzati nelle fonti tardo-romane (cristiane).

In campo artistico, infatti, presso tutti i germani sono riscontrabili splendidi esempi di altissima oreficeria e lavorazione del ferro in ogni sua forma sia militare che civile. Queste creazioni non nascono in modo improvvisato da gente rozza e ignorante, ma presuppongono piuttosto una catena di officine e di botteghe, parte un sistema corporativo e iniziatico ed espressione di una società composta da artisti esperti quanto da raffinati committenti.

Tale situazione poté perdurare sino a Papa Gregorio I (545-604), eletto nel 590, che in 14 anni di “pontificato” colpì a morte la cultura pagana in tutta Europa e nel caso specifico anche quella degli Angli. Dobbiamo chiederci cosa glielo permise, quale fu in un certo senso la sua tattica. Emblematico fu un episodio, non privo di un forte carattere descrittivo della percezione del mondo cristiano verso i “barbari”. Una leggenda, diffusa in Inghilterra già da tempo riferisce di un particolare ”interesse” per gli Angli da parte del futuro pontefice prima ancora del suo pontificato. Costui avrebbe infatti visto in un mercato di schiavi (si noti che i germani pagani, resi schiavi in quanto tali al contrario dei cristiani, erano ormai la maggioranza dei servi che venivano venduti ai tempi nell’Impero Romano) dei giovani biondi, esili, di bellezza non comune…Avendo saputo che erano Angli avrebbe dichiarato: “Angeli sono e non Angli”. Così avrebbe voluto convertirli. Su questo aspetto leggiamo la lettera al presbitero Candido : “Mentre sei in viaggio, diretto ad amministrare (…) il patrimonio delle Gallie vogliamo che “Tua dilezione” acquisti col denaro che avrà ricevuto, indumenti ai poveri e anche schiavi Angli di anni 17 o 18, perché, aggregati ai monasteri, traggano profitto dall’amore di Dio… Ma poiché quelli che si possono trovare lì sono pagani, voglio che sia inviato loro un presbitero, perché, durante il viaggio possa battezzare quelli che vedesse in pericolo di vita”. La violenza di questi passi è molto più sottile e terribile di mille invettive.

Nel luglio del 596, inizia il viaggio dalla Gallia del vescovo Agostino che viene raccomandato ai re Franchi Teoderico e Teudeberto, insieme al presbitero Candido. Dobbiamo riflettere sull’immagine barbarica che la Chiesa diffondeva in merito agli Angli prima della loro conversione, qualificandoli per una loro presunta grettezza e per il loro spirito distruttivo. Poi, non riuscendo a convertirli con le armi in una guerra aperta, la Chiesa fu costretta a dedicarsi all’infiltrazione psicologica, mediante quelle metodologie che oggi definiremmo di “soft power”. E si potrebbe in tal senso scorgere nel consolidamento dell’egemonia cristiana la prima forma di mondialismo culturale, proprio quella che aprì la strada al successivo mondialismo economico. Gregorio e i suoi intuirono l’importanza della nobiltà e dei Re nei Germani, ma ancora di più si resero conto del ruolo che la dimensione femminile svolgeva nella loro società: la donna e la consorte del Sovrano. Essere la moglie di un nobile germanico comportava infatti anche aspetti profetici, magici e di guarigione. Tali aspetti venivano infatti svolti anche tramite forme considerate sconvenienti per il mondo maschile, almeno dai frammenti che ci sono rimasti in merito alle forme di magia nei Germani. Aspetti questi che si possono benissimo allargare a tutta l’area del paganesimo dei popoli ricompresi non solo nel ristretto gruppo germanico ma più genericamente nell’ambito euro-asiatico-boreale. Ecco allora cosa scriveva il nostro a Brunechilde regina dei Franchi (figlia di un Re visigoto), sposata al re Sigisberto I, che evidentemente non risultava un fedele cristiano: “vi comunichiamo di essere venuti a conoscenza che il popolo degli Angli per invito divino desidera diventare cristiano. Fu nostro pensiero inviare là il servo di Dio Agostino… Vostra eccellenza si degni di averne cura in ogni cosa, secondo la nostra richiesta e anche in considerazione del timor di Dio: accordi a lui con slancio la grazia della sua protezione… E perché la ricompensa possa essere fortissima, provveda che egli con la Vostra protezione possa giungere tra la suddetta gente degli Angli”.

Intanto, questo padre della tradizione cristiana europea scrive al suo collega egiziano Euligio, vescovo di Alessandria: “la gente degli Angli che vive in un angolo di Mondo, era rimasta fino ad ora Pagana nel culto di legni e pietre. Ebbene per l’aiuto delle vostre preghiere ho deciso di mandare loro un monaco… lui stesso e i suoi compagni operano SFOLGORANTI MIRACOLI”. La lettera prosegue: “nella solennità del Natale appena trascorso più di 10mila Angli furono colà battezzati”. La tattica Gregoriana appare già chiara: sostituire le feste germaniche sovrapponendo i simboli cristiani: nessun sincretismo, nessuna continuità tra paganesimo e cristianità dunque, ma abili armi psicologiche di soft-power. Scrive infatti il nostro a Berta regina degli Angli nel giugno 601: “Come per mezzo di Elena di venerata memoria, madre del piissimo Costantino, [Dio] aveva illuminato i cuori dei Romani nella fede cristiana, così confidiamo che la sua misericordia, attraverso l’impegno della vostra Gloria voglia operare verso la gente degli Angli… già da tempo siete riuscita a piegare l’animo del glorioso figlio nostro, il vostro coniuge in virtù della prudenza vostra, cristiana quale è, perché seguisse la fede che voi professate. Per la salvezza del regno e dell’anima sua”. Ad Agostino negli stessi giorni, il nostro consiglia di seguire gli esempi dell’Antico Testamento come punire i miscredenti facendoli “sprofondare nelle viscere della terra”.

Gregorio scrive poi a Etelberto: “Affrettati a diffondere la fede cristiana nei popoli a te soggetti, moltiplica il tuo giusto zelo per la loro conversione, estirpa il culto degli idoli, abbatti i loro templi”; Un mese dopo Gregorio istruisce invece l’abate Mellito in questo modo: “Tra quella gente non devono essere abbattuti i templi degli Dei , ma piuttosto gli idoli che sono dentro di quelli… poiché se quei templi sono stati ben costruiti bisogna che dal culto dei demoni siano trasferiti all’adorazione del vero Dio: in tal modo la gente, mentre non vede abbattuti i suoi templi, potrà allontanare dal cuore l’errore, e conoscendo e adorando il vero Dio, vi rinuncerà più familiarmente nei luoghi che le sono familiari. E poiché sono soliti uccidere molti buoi in sacrificio ai demoni, anche a questa usanza si deve sostituire una qualche solennità… Non c’è dubbio infatti che è impossibile tagliare via tutto in un sol colpo da menti indurite… così il Signore si fece conoscere al popolo d’Israele in Egitto, in tal modo i sacrifici non erano più gli stessi” . Giungevano intanto le fortissime ricompense, riporta Beda il Venerabile: “Papa Gregorio mandò una lettera a Re Ethelbert (si veda sopra n.d.r.) insieme a moltissimi doni. Cosa diceva questa lettera: “affrettati a estendere la fede cristiana, perseguita il culto degli idoli, abbatti gli edifici di culto”.
Questa tattica di inserimento all’interno delle corti germaniche, attraverso matrimoni  combinati con regine cristiane, il cui seguito era composto da ecclesiastici, si ripeterà anche in seguito, portando alla stessa conversione dei sacerdoti pagani.

A opporsi all’espansionismo cristiano in Northumbria , la quale comprendeva grosso modo tutta l’attuale Inghilterra centro-meridionale, si erse la resistenza del Re Penda di Mercia, fedele con la sua gente alla religione dei padri, nonostante le pretese del coevo Re Edwin di proclamarsi “Bretwalda” (signore di Britannia). Questa figura leggendaria trionfò in due importanti battaglie: la prima nel 633 a Matfield dove morì lo stesso Edwin; la seconda quella di Maserfield dove morì il suo successore Oswald, venerato come santo. Di Penda si sa che cadde combattendo a Winwaed nel 655, il 15 novembre. Essendo quella Angla un’aristocrazia dal forte carattere guerriero, le sue vittorie erano la base del riconoscimento del potere nel suo regno, fattore questo che gli consentì di regnare quasi certamente per un trentennio, sino dunque alla sua morte.

La sua genealogia affonda nel Mito. Riporta infatti la Cronaca Anglosassone: “Penda, figlio di Pybba, figlio di Cryda, figlio di Cyneald, figlio di Icel, figlio di Eomer, figlio di Angeltheow, figlio di Offa, figlio di Wermund, figlio di Wihtlaeg, figlio di Woden”. Questa lista appare degna di nota per tentare di comprendere lo spirito su cui si basava la regalità di Penda.

Egli, infatti, oltre a essere un discendente di Wotan, quindi avendone ereditato i caratteri magico-regali, aspetto che ritroviamo in tutti i famosi re pagani del grande nord (come in Ragnarr Brachepelose), discende da Offa figlio di Wermund. Questi fu un personaggio altrettanto mitico per gli Angli del continente, la cui storia riportata da Saxo Grammaticus reca in sé aspetti significativi carichi di simboli della vecchia religione germanica. Questi lasciti tradizionali caratterizzavano il Penda per una maggiore Anglicità all’interno della nobiltà che si insediò nella parte più centrale dell’isola, al confine con Pitti e Celti detti Wal, da cui Wales/Galles (stessa radice del ted. Welsch). Sembra infatti che nel sud dell’Inghilterra si stanziarono più fortemente i Sassoni e gli Juti; queste genti giunsero precocemente a contatto con il cristianesimo, così come si evince nelle lettere di Gregorio.

In Beda viene impiegato il termine di “Anglo” in modo indistinto, ma è probabile che l’attenzione a essi rivolta portò a uniformare l’appellativo in seguito. Rileviamo inoltre che ai tempi non ci pare venga mai usato il termine “anglosassone”: probabilmente quest’ultimo dovette indicare il momento della piena cristianizzazione degli Angli della Britannia, dunque del loro pieno inserimento nel sistema “sassone”.

Non appare un caso, dunque, se l’opera del Beowulf ci viene tramandata proprio come storia degli Angli del continente: il poema dell’eroe Geata, chiamato in soccorso dalla Svezia nello Jutland, cita Offa, Re degli Angli, da cui viene fatto discendere lo stesso Penda. Questo poema, superba testimonianza della continuità culturale norrena in Inghilterra, tramandato oralmente per decenni, fu messo per iscritto nel X secolo, in ambiente cristiano, ed è la più importante testimonianza culturale del mondo Anglosassone, in un tempo in cui l’eredità pagana degli Angli andava offuscandosi.

Non abbiamo particolari prove o testimonianze in merito, ma a leggere la storia di Offa – antenato di Penda – riportata da Saxo, siamo portati a pensare che si volesse stabilire una continuità tra la  contrapposizione degli Angli con i Sassoni, nata in ambiente germanico continentale, con quella poi divampata in Britannia.

Tale ostilità infatti, perdurata poi nei secoli, risaliva ad un tempo ormai semi-mitico, rimarcando così come le discendenze regali fossero sempre legate ad un compito simbolico e ad una discendenza spirituale.

Ecco cosa ci dice Saxo il Grammatico nelle copiose pagine delle sue Gesta Danorum: Offa o Uffo nasce da Vermundo, il quale al momento della nascita del suo successore era già in età avanzata.

Offa, pur superando i coetanei per robustezza e per statura, al principio della sua giovinezza era considerato “sciocco e di carattere così ottuso da sembrare condannato all’inettitudine a ogni sorta di affari sia privati che del regno”. La svolta nella sua vita avverrà quando si troverà di fronte alla tracotante ambasceria dei Sassoni, che chiedono al padre di cedere tutto il suo regno in ragione della sua veneranda età. In modo inaspettato Offa si intromette nella questione, accettando addirittura la sfida lanciata dal principe Sassone di battersi con lui per decidere le sorti del regno di Danimarca. Non pago di tanto ardimentoso comportamento arriva persino a rincarare la dose, volendosi battere anche con il più valoroso dei campioni del Principe dei Sassoni.

Il padre incredulo e ormai cieco chiede di poterlo riconoscere con il tatto e gli domanda come mai vuole battersi contro due avversari contemporaneamente, apprendendo così che è sua intenzione riscattare i Danesi dall’onta subita dopo il duello impari che vide Keton e Vigone sconfitti dal solo re degli svedesi, Athilso. Prima di affrontare lo scontro si esercita con le armi e data la sua possanza distrugge tutte le corazze e le spade: rimane intatta solo la spada Skrep, la vecchia spada del Re, che Wermund fece seppellire all’epoca in cui disperava del valore del figlio Offa. Essa però è tanto arrugginita che si teme che non possa reggere all’incontro con i Sassoni; quindi Offa decide di non usarla sino allo scontro e condurrà così il suo duello con due soli colpi di taglio che abbatteranno i due avversari. Offa conquista così la sovranità sui Sassoni, che alla morte del padre unirà a quella sui Danesi. D’altro canto i re germanici erano Re di popoli e mai di territori. (es. re dei Longobardi non re della Longobardia).

Altissimi simboli della tradizione Norrena e Indoeuropea si scorgono in questa storia. L’eroe che rivela il suo valore sconosciuto, inaspettato; la Spada del Casato che riprende la vita e dona la Vittoria grazie all’uso che ne fa il saggio principe guerriero; la stirpe regale che pare andata perduta simbolizzata dal re vecchio e cieco (ricordiamo anche Amfortas nel ciclo del Graal) ma che viene ristabilita da colui che, preso da un valore magico ereditato eppure nascosto, impugna di nuovo questa spada considerata ormai irrimediabilmente perduta. Presso gli Angli, dunque, sono stati così tramandati degli esempi tradizionali tali che in Penda, degno erede dei suoi antenati e fulgido custode di una ormai mitica eredità, sembra volersi ripetere quello stesso spirito di eroica resistenza che già aveva connotato il suo antenato Offa.

 


Bibliografia:

Gregorio Magno e gli Anglosassoni. Borla 1990 ( a cura di V.Paronetto)
Historiae ecclesiastica gentis Anglorum – Beda il Venerabile
De Excidio et conquestu Britanniae – Gildas
The Anglosaxon cronicles – autori anonimi IX sec.
Gesta dei re e degli eroi danesi – Sassone Grammatico ed. Res Gestae 2019. Intr.Ludovica Koch
Beowulf – ed Einaudi 2008 a cura di Ludovica Koch
L’elegia pagana Anglosassone – Aldo Ricci G.C. Sansoni Editore Firenze 1948