Beowulf nella tradizione indo-europea – Seconda parte
Di Jean Haudry
Etudes Indo-europeennes
Numero 19 Dicembre 1986
Università Jean Moulin (Lyon III)
III – Tre schemi nozionali ereditati
3.1 – Pensiero, parola, azione
Lo schema nozionale Pensiero, Parola, Azione, è stato menzionato incidentalmente nel precedente studio, sezione § 3.6. Resta ancora da confermarne il carattere indoeuropeo, nonché da rilevarne le differenti attestazioni nel poema, e di indicarne la portata.
3.1.1. Il carattere indoeuropeo e comune dello schema
Lo schema Pensiero, parola, Azione è attestato sicuramente in quattro domini: indiano, iraniano, greco, germanico; e forse anche in ambito anatolico.
3.1.1.1 – Iran
La triade Pensiero, parola, Azione è estremamente frequente nell’Avesta. B. Schearth (49) ne ha raccolto le attestazioni che riuniscono le radici man– “pensare”, vac– parlare, varz– “agire” (la forma nominale corrispondente è šyaoƟana– “azione”). Le forme verbali sono spesso prefissate in hu– “bene” o dŭz– “male”. Inoltre, i tre verbi si combinano anche con il preverbo arбm “correttamente”.
3.1.1.2 – India
Nei veda, Schlerath non ha rintracciato che dei gruppi binari come mati– “pensiero” uktha – “parola” Rg Veda 4.3.16. Ma tali coppie di termini non hanno alcun valore probante ai fini della determinazione dell’esistenza della triade. Sicuramente, si può sperare di trovare nei veda l’equivalente delle litanie avestiche che oppongono buoni e cattivi pensieri, parole e azioni. Ma vi si trovano degli esempi che riuniscono le tre nozioni negli inni ai Rbhus, divinità corrispondenti per il loro nome e la loro funzione originale agli Elfi germanici (50). Così RgVeda 4.33,10 ye hari medhaya uktha madanta indraya cakruh suyuja ye asva, “coloro che tramite il pensiero (medhaya), ebbri dei loro canti (uktha), che hanno realizzato (cakruh) due cavalli pezzati per Indra”: l’atto è stato realizzato tramite il pensiero e la parola. Questo stesso atto, la fabbricazione magica dei due cavalli di Indra, è evocata in maniera similare in un altro passaggio, 1,20,2 ya indraya vacoyuja/tataksur manasa hari // samibhir yajnam asata “Coloro che per Indra hanno realizzato tramite il pensiero (manasā) i due pezzati aggiogati dalla parola (vaco-), hanno ottenuto (i frutti del sacrificio N.d.T.) grazie al loro sforzo (samibhih)”. Si intende dunque che i Rbhus, inizialmente mortali, hanno ottenuto l’immortalità tramite un exploit, ovvero la realizzazione dei due cavalli, mettendo in pratica, in successione, pensiero, parola e azione. La triade figura ugualmente yabhih sacibhis camasan apimsata / yaya dhiya gam arinita carmanah // yena hari manasa nirataksata / tena devatvam rbhavah sam anasa “Le forze (sacibhi) grazie alle quali voi avete modellato il taglio, l’intuizione poetica (dhiya) con la quale avete fatto sortire la vacca dalla sua pelle, il pensiero (manasa) con il quale avete realizzato i due pezzati, per (tutto) ciò, o Rhbus, voi avete ottenuto l’immortalità”. Qui tre exploit sono menzionati: oltre al precedente, quello della riproduzione del colpo inferto a Tvastar e quello della resurrezione della vacca, ma il risultato è il medesimo: costoro ottengono l’immortalità. Le modalità sono identiche; pensiero, parola e azione sono riuniti, ripartiti sui tre exploit, ma convergono nel risultato finale. Non si tratta certamente di un caso che queste tre attestazioni della triade figurino in questo gruppo di inni: i Rbhus, che sono stati considerati a torto come divinità artigiane, sono in realtà dei maghi che operano tramite il pensiero e la parola riunite “nell’enunciazione della verità” (51) rta vadantas camasan apimsata “è affermando la verità che hanno realizzato i loro colpi”, 1.61,9.
Nella prosa vedica, la triade appare sotto delle forme dirette ed elementari, come nell’Avesta, così Taittiriya Aranyaka 10,24,1b manasā vācā hastābhyām “tramite il pensiero, la parola, le due braccia”.
Le coppie antitetiche “ben pensare/mal pensare” ecc. sono attestati da qualche esempio del tipo di sūkta– “ben detto” (da cui “inno”): durukta– “mal detto”, da cui “bugia”; coppia che si è dissociata, come si può evincere. Ma l’inno è prima di tutto una “parola vera” (rta– “verità” ne è un’altra designazione); in qualche modo si tratta dell’antonimo del termine “mensonge”.
Infine, il vedico conserva, come l’avestico, qualche traccia del legame tra i tre verbi della triade con l’avverbio significante “correttamente”, “in modo giusto”, aram = avestico aram e greco άῥτι (52).

3.1.1.3. – Grecia
La triade è ben attestata in Omero. Eccone alcuni esempi, tratti dalla traduzione di P. Mazon.
Iliade 18, 419 (i servi-automi fabbricati da Efesto) “Nel loro cuore vi è una ragione (ὑὁοϛ); essi hanno anche una voce e una forza”. Noi ritroveremo questo ritratto tipo nel Beowulf successivamente § 3.1.2.5.
Iliade 1, 395 “Se anche tu hai una volta servito i suoi desideri con la parola o con l’atto”.
Iliade 9,100 “Ed è poiché ti occorre, ancora più che ad altri, parlare e ascoltare, e alla bisogna, agire sotto consiglio di qualcun altro, nel momento in cui il suo cuore lo avrà spinto a parlare per il bene di tutti”.
Iliade 15, 234 “A partire da quel momento, veglierò io stesso, con la parola e con l’azione”
Eschilo ne presenta un esempio stupefacente, Le Supplici 598-9, “Altrettanto pronta della parola, l’atto è ai suoi ordini per raggiungere in tempo ciò che il consiglio dei suoi pensieri propone. P. Mazon, che si è occupato di questa traduzione, commenta come segue: “Il pensiero, la parola e l’atto si confondono presso Zeus”.
Ma è presso Pindaro che la gerarchia delle tre componenti della triade è lumeggiata: “La parola sopravvive lungamente agli atti, se è al fondo della nostra anima che, per il favore della benevolenza, si ispira la nostra anima” (Pindaro, inizio della IV Nemea): al culmine della triade, il pensiero, che comunica, tramite l’ispirazione, con il piano divino; immediatamente al di sotto, la parola che questo suscita; in basso l’atto che non deve la sua persistenza che alla parola che lo ispira.
3.1.1.4 – Anatolia
Un rituale ittita (53) presenta un esempio della triade. L’officiante pianta tre pioli ed esclama: “Che l’uomo malvagio, la mala lingua, lo sguardo malevolo siano inchiodati al suolo con questi tre pioli”. Il numero degli strumenti utilizzati mostra che il rito ha come scopo di proteggere il sacrificante contro tre forme di aggressione. Si tratta dunque dell’aggressione fisica (l’uomo malvagio), l’aggressione verbale (la malalingua) e l’aggressione mentale o magica (lo sguardo malevolo). La triade è evidentemente alla base del rito. Allo stesso modo, nelle istruzioni agli officianti dei templi (54), il prete indelicato crede di poter rubare impunemente le offerte destinate al Dio: “è un Dio, così si dice, non dirà (memai) nulla, non ci farà (iyazi) nulla”; ma ci si dimentica che “il pensiero (ZI) degli Dèi è forte; tarda a ghermire, ma quando afferra, non lascia più”.
3.1.1.5 – Edda e le saghe norrene
La triade è attestata nell’Edda, Havamal 141, (55) “Ecco presi a germogliare e a divenire saggio, e a crescere e sentirmi in forze; in mio favore parola da parola trassi della parola in mio favore opera da opera dall’opera trassi”. E l’immagine di Sigurd nella Saga dei Volsunghi (si veda sotto § 3.1.2.5) è forgiato su tale modello, così come la descrizione degli automi costruiti da Efesto menzionati qui sopra § 3.1.1.3.
3.1.2. – La Triade in Beowulf
3.1.2.1 – I versi 287 e seguenti
Tale passaggio, rilevato nel precedente studio, § 3.6., contiene due termini corrispondenti all’Havamal sopracitato: word (antico islandese ordh) e weorc (antico islandese verc). E il “pensiero”, espresso dal solito usuale per tale nozione, è qualificato, come lo è spesso nell’Avesta, dall’avverbio significante “bene”: wēl thencedh. Questa guardia laterale che “pensa come si conviene” e che “sa decidere del dire e dell’agire” è dunque un guerriero intelligente, scearp, letteralmente: “acuto”, “affilato”. È la metafora tradizionale evocata qui sopra § 2.2.3 a proposito della spada di Unferth, la stessa che ritroviamo nel nome romano Cato.
3.1.2.2. – versi 1830 e seguenti
“Higelac vorrà davvero appoggiarmi in atti (weorcum), così come in parole (wordum)”. Si ritrovano qui i termini usuali per la parola e l’azione; il pensiero viene rappresentato dall’intenzione, dalla volontà.
3.1.2.3. versi 1700-1:
L’asserzione di verità di Hrothgar (si veda la nota numero 51) riunisce i tre termini dello schema: “Ecco ciò che può dire (secgan) un uomo che compie (fremedh) la verità e la giustizia, che si sovviene (gemon) di tutto il passato…”. Questa traduzione letterale mette in evidenza la triade. Si noterà inoltre che il “pensiero” è espresso qui tramite il perfetto presente gemon ispirato alla radice *men– “pensare”.
3.1.2.5 – Il ritratto di Beowulf, versi 1844-5
“Tu possiedi forza fisica (thu eart maegenes strang) e cuore saggio (on mode frod), e sai parlare (word-cwida) con saggezza”. Tale immagine che Hrothgar abbozza a grandi linee si appoggia sul medesimo modello sul quale si basa la descrizione degli automi di Efesto, menzionato qui sopra § 3.1.1.3:
Ed è anche ciò che troviamo alla base del ritratto di Sigurd nella Saga dei Volsunghi capitolo XII (56):
“Sigurd s’intendeva di come si brandiva la spada, di come si scaglia una freccia, di come si maneggia una lancia, di come si tiene lo scudo, di come tendere l’arco e cavalcare, e nella sua gioventù era stato iniziato ad ogni sorta di esercizio cavalleresco.
Si trattava di un uomo dotato di intelligenza, a tal punto che prevedeva il futuro. Comprendeva il linguaggio degli uccelli. Grazie a tante qualità, poche cose lo sorprendevano in modo inatteso.
Era esplicito nelle sue parole e si esprimeva con facile magniloquenza; ma una volta che la conversazione verteva su di un argomento, non si fermava sino a che tutti non fossero convinti che le cose si erano svolte così come lui sosteneva.
Il suo passatempo preferito era quello di dare manforte ai suoi, ad esporsi in prima persona nelle imprese e a prelevare i beni dai nemici per darli agli amici. Il coraggio non gli mancava e mai lasciava spazio alla paura.”
Si rileva come il primo paragrafo enumeri le sue attitudini fisiche; come il secondo esponga i suoi doni intellettuali e i suoi poteri sovrannaturali; che il terzo lo presenti come eloquente e persuasivo; infine, il quarto conclude con l’efficacia dell’eroe nelle “grandi imprese” ove egli si espone a beneficio dei suoi amici, a detrimento dei suoi nemici. Tale testo illustra non soltanto la struttura della triade, ma permette anche di desumerne il significato. Porta in primo piano la primazia dell’azione, dell’efficacia. L’esposizione inizia con l’azione e si conclude nuovamente con azione. E soprattutto, presenta parola ed azione come due forme superiori d’azione: Sigurd vaticina in merito agli eventi futuri, e sa essere convincente.

3.1.2.6 – Gli ultimi istante di Beowulf v. 3094 – 3100
“Era ancora in vita, lo spirito lucido ricolmo di saggezza. Abbondanti furono le raccomandazioni dell’anziano nel suo dolore. Mi dice di salutarvi. Chiede che voi costruiate in sua memoria un tumulo1”. Il fedele Wigelaf menziona successivamente il pensiero di Beowulf, le sue ultime parole, e il ricordo delle sue gesta.
3.1.2.7 – Concordanze formali nell’espressione della triade
Se si confrontano i vari elementi, appaiono alcune corrispondenze certe.

3.1.3. – Significato della triade
Questa triade rappresentava sicuramente un asse maggiore delle concezioni indoeuropee, a giudicarne dalla frequenza nelle attestazioni. Non poteva avere per oggetto se non che l’uomo è capace sia di pensare che di parlare, che di agire: schemi e formule, non sono applicate a delle verità prime.
3.1.3.1 – L’omogeneità dei tre termini
Emerge innanzi tutto dalle osservazioni precedenti che i tre termini della triade sono concepiti come delle realtà omogenee; pensiero e parola sono due forme superiori dell’azione. Vi è dunque da un certo punto di vista, una primazia dell’azione.
3.1.3.2 – Pensare, dire e fare
I verbi riguardanti il pensiero e i verbi riguardanti il parlare possono essere sostituiti con “agire”, “fare” nell’accezione di “agire con il pensiero”, “agire con la parola”. Così, per esempio, nell’espressione dell’esclusione, dell’interdizione: *enter + DIRE, realizzata a partire dall’espressione dell’esclusione fisica, da *enter + FAIRE, per sostituzione da DIRE a FARE, latino inter-ficere “escludere fisicamente” (da cui proviene uccidere) -> inter-dicere “escludere con dei mezzi verbali” (57). Sarebbe interessante rilevare e classificare i numerosi esempi di parallelismo intercorrenti tra i verbi DIRE e FARE (così come PENSARE?), così come al verso 30 wordum wēold: verso 1509 wāepna gewealdan. Ma vi è anche uno studio da svolgere nell’insieme del lessico; bisognerebbe trovarci dei fatti similare a quelli della coppia latina interficere: interdicere. Il pensiero come forma di azione ha lasciato quantomeno una traccia nel vocabolario: hige significa allo stesso tempo “pensiero” e “ardore guerriero”; si tratta esattamente della situazione del greco

E probabilmente del suo etimo indoeuropeo *mén-e/os– (58).
3.1.3.3 – Pensare, parlare, agire bene/male
La presenza frequente di un qualitativo significante “bene” o “male”, segnalato qui sopra 3.1.1.1 (Iran) e 2 (India), si spiega per l’omogeneità dei tre termini della triade: essendo in potenza una forma di azione, conviene che la parola e il pensiero siano buone. Lo si constata nel Beowulf: la sentinella, versi 287 e seguenti (si veda sopra 3.1.2.1) Wiglaf, versi 2600-1, evocano la buona condotta di colui che “pensa bene” (wēl. Thencedh). All’opposto, malpensanti e maldicenti sono, coscientemente o meno, dei malvagi, come il Re Heremod, il cattivo consigliere Unferth, e i compagni codardi di Beowulf, nell’ultimo combattimento contro il Drago. O semplicemente degli ignavi, come i Danesi pagani che pregano Thor di liberarli da Grendel, si veda qui sopra § 3.1.2.2.
3.1.3.4 – Pensare, parlare, agire “conformemente”
Applicata a tale triade, la metafora della costruzione di parole (si veda qui sopra, § 1.3.3.4) ha generato una nuova triade comportante un avverbio significante “conformemente”, “in modo ben congeniato” con ognuno dei tre verbi: indo-iranico àram, greco (59)

Ecco perché il poeta precisa che il discorso di Hrothgar è “correttamente strutturato”, sōthe gebunden v. 871; allo stesso modo, Beowulf sa enunciare correttamente le massime tradizionali, ma soprattutto sa far corrispondere le sue azioni con le sue parole: così nel gilp, che si tratti della sfida lanciata a Breca o della promessa di affrontare Grendel – al contrario dei Danesi che, presi dall’euforia dei banchetti, esprimono promesse sconsiderate. Comportamento colpevolizzato anche nell’Iliade, 20, 83 e seguenti: “Enea… ove sono che, svuotando il calice di vino, facesti ai Re troiani di lottare corpo a corpo con Achille?”. Tali promesse non mantenute sono un esempio tra i tanti dei “vani propositi”

Che Omero colpevolizza a più riprese.
Altra situazione nella quale l’atto deve corrispondere alla parola: la promessa, in particolare se accompagnata da un giuramento. “Non ho giurato troppi spergiuri, ingiustamente” ricorda Beowulf in punto di morte, versi 2738-2739. La religio sacramenti e più genericamente il rispetto della parola data è il freno delle società nelle quali il glip è il motore – ovvero l’incitamento a compiere imprese. Vediamo tramite alcune espressioni ciò che significa esattamente, nella vita della società, la “conformità” degli atti con le parole.
3.2.- Attraversare le acque delle tenebre invernali
3.2.1. – L’episodio di Breca
In un recente articolo (60) ho trovato conferma che l’episodio di Breca si basa interamente su di uno schema nozionale che si può definire come la formula “dell’eroicità”. “Attraversare le acque della tenebra invernale” significa accedere alla luce della bella stagione dell’anno, immagine dell’immortalità solare dell’eroe. Ricordiamo semplicemente che l’attraversamento effettuato da Beowulf e Breca non ha altre ragioni se non “la sfida insensata” (for dol-gilpe, verso 509): comportamento assurdo, dunque atto simbolico. Che avviene d’inverno (wintrys, verso 516). E che il giorno non è menzionato che al termine della spedizione, verso 565-9; fino a quel momento non è che sotto il dominio della notte (verso 421, 517, 545, 547, 575, con insistenza!). Si tratta dunque evidentemente di una “traversata dell’acqua della tenebra invernale”, come ve ne sono diverse altre. E tale prova qualifica Beowulf come campione in grado di affrontare Grendel, poiché un eventuale sconfitta l’avrebbe invece “squalificato”, versi 525-8: “Perciò Io non mi aspetto risultati migliori (benché tu sia riuscito dovunque, negli urti delle battaglie, in guerre feroci), se avrai il coraggio di attendere qui Grendel per una notte intera”, conclude Unferth, credendo o fingendo di credere, che Beowulf avesse fallito nel suo tentativo. Si noterò che si tratta esclusivamente di una qualificazione simbolica: una prodezza natatoria non qualifica affatto fisicamente ai fini della lotta. Il solo punto in comune tra le due prove è quello del fatto che il loro luogo è la notte.
3.2.2 – I funerali di Scyld Scefing
Al termine della sua vita, tale procedura simbolica della “traversata della tenebrosa acqua invernale” ha anche un ruolo: questa assicura la definitiva conferma dell’eroicità del defunto, gli permette di accedere all’immortalità. È quello che è successo, come indicato nel precedente articolo, a Scyld Scefing. Di fatto, il testo precisa che la sua imbarcazione funeraria “è coperto di ghiaccio”, isig, verso 33. Ora, come hanno osservato diversi commentatori, vi è in questo una precisazione insolita: non si naviga in inverno. Si tratta dunque di una spedizione particolare, di carattere simbolico. Nella Saga dei Volsunghi, l’ultimo viaggio di Sinfjotli (detto Fitela in Beowulf) ha lo stesso significato (61).

3.3. – I tre colori cosmici
Lo schema nozionale più importante della tradizione indo-europea è senza dubbio quello dei tre colori cosmici; è quello che sottende tutto l’insieme del poema tramite il gioco delle omologie.
3.3.1. – I tre cieli
Questo schema manifesta direttamente nel contrasto tra il mondo notturno (nero) di Grendel e di sua madre e il mondo diurno (bianco) del palazzo di Heorot – palazzo che Hrothgar e i suoi danesi abbandonano ogni notte a Grendel. Inoltre, numerose considerazioni rilevate nel nostro precedente studio (§ 2.2.5.2) associano a Grendel il colore rosso, quello del sangue, così come quello dell’aurora e del tramonto.
3.3.2. – Ciclo cosmico e struttura del poema
La struttura centrale del Poema è, come lo si è mostrato (si veda § 4.3.2.2), la dottrina tradizionale dei cicli cosmici e delle ere del mondo. Ora, questa concezione è una applicazione dello schema dei tre colori. Un “ciclo cosmico” (il che vorrebbe dire, in altri termini, la storia di un popolo) comincia, all’uscita da una notte cosmica (nera), con una aurora (rossa), l’era dell’oro, al quale segue un “giorno” bianco (l’era argentea di Esiodo); poi torna un’era rossa, crepuscolare che precede immediatamente il nero dell’era oscura (l’età del ferro di Esiodo, il Kali Yuga indiano). Con il suo inizio luminoso, visibilmente cosmogonico (come confermato dalla cosmogonia cantata dal menestrello del palazzo Heorot, secondo il processo descritto qui sotto (§ 4.2.2.3.1) e il suo oscuro termine, manifestamente escatologico (si confronti il racconto della fine del mondo, versi 2231 e seguenti), il poema dona l’immagine di un ciclo completo – sebbene l’età dell’oro sia quella dei Danesi, mentre l’era oscura è quella del ciclo dei Geati.
3.3.3 – Omologie
Lo schema dei tre colori si applica ugualmente ai tre piani considerati come omologhi: il piano cosmico, il piano sociale, il piano individuale, secondo il sinottico seguente:
Tali omologie, esplicitate nei testi indiani, in particolare nei Brahmana, sono impliciti nel Beowulf. Eccone due esempi:
- Sul piano umano (sociale), il palazzo Heorot è il palazzo reale dei Danesi. Ma al contempo è anche, secondo la felice definizione di A. Crépin, “il palazzo della chiara conoscenza” (62): omologia tra il piano individuale e il piano sociale. Riunendo questi due piani, A. Bonjour vi vede “l’aspetto luminoso e sociale della vita umana” (si veda l’articolo precedente § 1.6). Sul piano cosmico, è l’omologo dell’Asgard nordico, ovvero il mondo (diurno, solare) degli Dèi. Da cui il suo nome di “Cervo”.
- Nella stessa ottica, ho proposto di interpretare i due combattimenti di Beowulf contro i mostri come una “conquista del mondo notturno”. Ma questi combattimenti si legano anche al piano individuale: A. Crépin, nell’articolo citato sopra (62), vi vede una “discesa nell’incosciente”. E Beowulf, annunciando i suoi exploit futuri, li situa sul piano sociale: questi exploit si manifestano ai suoi occhi come la prova della superiorità di un guerriero getico rispetto ai Danesi: “(Grendel) non teme affatto di dare battaglia con i Danesi armati di lancia. Ma io, vi mostrerò dei Geti il valore e la prodezza”, verso 600 e seguente. Al ciclo dei Danesi, nel quale ha inizio la decadenza, seguirà quello dei Geti. Si giunge così dunque alla dottrina dei cicli cosmici, già precedentemente nominata e del ciclo cosmico.
La “traversata dell’acqua della tenebra invernale” si iscrive nello schema dei tre colori: è una delle modalità per trionfare del principio nero che, all’occorrenza, simboleggia “la seconda morte” di coloro che non riescono ad acquisire la “gloria imperitura”.
4 – Vestigia dell’arte poetica indo-europea in Beowulf
4.1. – Gli aspetti formali
4.1.1. – I tratti caratteristici della “lingua poetica indoeuropea” secondo R. Schmitt
4.1.1.1. – Un arcaismo grammaticale (63)
È un fatto ben attestato che la lingua poetica antica è volentieri arcaizzante. Mentre i compositori di scritti in prosa devono utilizzare la lingua del tempo, i poeti ornano i loro versi di termini ed espressioni desuete, conferendo così alla loro opera il prestigio di una antica tradizione. Era così anche durante il periodo comune indoeuropeo, secondo Schmitt, che spiega così le coppie morfologiche come il presente atematico *bhér-t(i) in presenza di un più usuale *bhér-e-t(i) “egli porta”. Il nostro poeta non fa eccezione; utilizza un vocabolario molto differente da quello dei prosatori, e nel quale gli arcaismi abbondano. Ed è ugualmente arcaizzante nell’ambito sintattico. Ed è altrettanto arcaizzante in ambito sintattico. Si cita spesso a questo riguardo l’impiego della inflessione debole dell’aggettivo senza il supporto dell’articolo, si veda il verso 83 lādhan līges “del fuoco nemico”. Ma l’articolo non è, nelle lingue germaniche, un elemento particolarmente antico; eccone un impiego che deve essere stato regolare nel periodo germanico comune. Ma ve ne è un altro che risale necessariamente ad un periodo ben più antico: si tratta dell’impiego, con analogo valore, della flessione forte, verso 34 ālēdon thā lēofne thēoden “là deposero il loro amato capo” (si tratta di Scyld Scefing, che era stato da poco menzionato, non di un capo qualsiasi). Allo stesso modo al verso 3141-2 hlāford lēofne “il loro amato signore”. Ora, se si accettasse la spiegazione che ho fornito dell’origine di queste due flessioni dell’aggettivazione germanica, un tale impiego avrebbe dovuto essere regolare prima della costituzione della flessione debole, ovvero sin dal momento in cui le forme in *-n– non erano ancora state grammatizzate, essendo il loro statuto di tipo derivativo, come nel caso del latino per le forme –ō– come Cat-ōn– “Astuto” a confronto con catus “fine”. Vi era allora in tale ipotesi, già due flessioni, una corta (l’aggettivo solo), l’altra lunga, nella quale l’aggettivo era seguito dal pronome *-a-. Così lēofne comporta inizialmente, oltre al tema dell’aggettivo lēof, una forma pronominale della quale –ne rappresenta la traccia (si veda thone). L’equivalenza tra la flessione forte e la flessione debole accompagnata dall’articolo (sarebbe a dire il termine divenuto regolare) è manifesta nei versi 3097-8 boerh thone heahan/micelne ond māerne “un tumulo molto elevato, possante e impressionante”.
4.1.1.2. – Figure etimologiche e regimi interni
Schmitt (§595) osserva che la figura etimologica è un fatto di stile frequente nelle lingue indo-europee antiche. Se ne distinguono diversi tipi, secondo i casi (accusativo o strumentale, latino ludum/ludo ludere “giocare un gioco”), secondo il rapporto semantic-sintattico, che può essere sia “interno” (come nei due esempi precedenti) sia “esterno”, come in veste vestiri “indossare un vestito”. Inoltre, tramite il gioco delle sostituzioni, l’oggetto interno di una figura etimologica può essere rimpiazzato da un termine di senso equivalente, pugnam + proelium pugnare “scatenare un combattimento”. Non esiteremo dunque a rapportare il secgan wordum (verso 388 gesaga him ēac wordum “dì loro solennemente parole…”) della figura etimologica indoeuropea *wekwos wekw– di cui l’esistenza è garantita dalla conferma dei suoi riflessi indiani, iraniani e greci. La figura etimologica propriamente detta è anch’essa attestata nyde genydde letteralmente: “necessità in necessità”, si veda 4.1.2.5.
4.1.3.3 – Il rinforzo di una affermazione tramite la negazione del suo contrario
Schmitt cita degli esempi di questo termine in tedesco (§551), in avestico (§552-3), in vedico (§554) e in in greco (§555). Vi si aggiungerà un esempio ittita tratto da un testo antico, il Testamento di Hattusilis, 2, 33, UL hwisteni nu harteni “voi non vivete, voi siete morti”, che fa da eco alle formule vediche citate: Atharvaveda 5, 13, 4c àhe mriyasva ma jivih e 8, 2, 5 a, ayam jivatu mā mrta. Beowulf ne offre un esempio molto vicino, versi 467-9 dha waes Heregar dead/min yldra maeg unlifigende, bearn Healfdenes “Heorogar era morto, mio maggiore, la vita aveva lasciato il figlio di Healfdene”. Allo stesso modo versi 1308-9 unlifigende … deadne. Citiamo ancora verso 3019 oft nalles aene “molte volte e molte volte ancora”, che però letteralmente si può rendere come “spesso, non una sola volta”, e 2029 oft no seldan (preferibile alla lettura oft seldan effettuata da Wrenn) “spesso, non raramente”, che corrisponde esattamente a opt osialdan (dal medesimo significato) dell’Edda, Voluspa 21. E nei versi 2000-1 thaet is undyrne, dryhten Higelac/maere gemeting monegum fira “Non è un segreto, Higelac mio signore, molti uomini conoscono …”. Occorre interpretare così l’oscuro passo elne… unflitme versi 1097 e 1129 (“con la forza, non disposto”? si veda Crépin “costretti e forzati”, “con tutta la sua forza, senza gioia”). Un tale termine rappresenta un doppio rinforzo dell’affermazione. Rinforzo tramite la ripetizione, chiaramente; ma da lui stesso, il membro comportante la negazione equivaleva ad una affermazione rafforzata. Così, tra tanti esempi, dōm unlytel verso 885 “una gloria immensa”, letteralmente; “non piccola”. È la litote della retorica classica. L’antico indiano ne fa un ampio utilizzo, (…); se ne rintracceranno numerosi esempi nello studio di J. Gonda, intitolato “Why are ahisma e simili spesso espressi in forma negativa?” (64).
4.1.1.4 – La legge dei membri crescenti
Sulla scorta di H. Hirt (65), Schmitt (§563) considera che la legge dei membri crescenti sia scaturito nell’ambito del linguaggio poetico risalente al periodo comune Indoeuropeo. Gli esempi tratti dai Veda, da Omero, dalla poesia latina, consistono principalmente in liste di nomi propri, sul tipo del Rg Veda 7, 66, 7bc Mitram grnise Varunam Aryamanam risadasam “Canterò di Mitra, Varuna, Aryaman che veglia sull’ari”. La lista dei tre figli di Healfdene si conforma a tale principio. Dato che si tratta di termini dalla grandezza equivalente, l’ultimo ad essere nominato è accompagnato da un aggettivo, verso 61 Heoragar, ond Hrodhar ond Halga til, e il verso seguente è consacrato alla loro sorella, nonostante questa non venga nominata nel poema.
4.1.1.5 – Le kenningar
Nonostante il suo nome, la kenning non rappresenta una specificità scandinava, neppure esclusivamente germanica. Schmitt (§574 e seguenti) ne fornisce degli esempi vedici e greci corrispondenti esattamente alla definizione “sostituto binario tratto da una sfera tipicamente poetica di un sostantivo della lingua comune”. Certe kenningar sembrano risalire all’epoca comune, come la definizione del poeta quale “carpentiere di parole”, quella del fuoco come “nipote delle acque”, antico islandese saevar nithr = vedico apam napat, avestico apam napa (Schmitt, §577); aggiungiamo che la kenning nordica più prossima, il “fuoco di Aegir” (Aegir è la divinità del mare) ha la sua controparte nel mondo indo-iranico. Tale “nipote delle acque”, identificato al fuoco (vedico Agni, avestico Athar), è l’oro (66). In ogni caso, è sicuro che il procedimento appartiene alla lingua poetica tradizionale. Sarebbe interessante analizzare una ad una le numerose kenningar del poema; è probabile che molte siano ereditate, o quantomeno formate su dei modelli ereditati. Così, la kenning che serve a nominare l’eroe, Beo-wulf “Lupo delle Api”, ovvero “orso” (67) ha dei paralleli: per esempio, il nome proprio vedico Dasyave Vrkah “Lupo per lo straniero”; in omero la Dea Artemide “leonessa per le femmine” Iliade, 21, verso 483.
4.1.1.6 Un contro esempio?
Tra i tratti fondamentali attribuiti da Schmitt alla lingua poetica indo-europea, uno soltanto è totalmente assente dal nostro poema. Si tratta della presentazione dei personaggi introdotti nel racconto tramite la formula “c’era una volta …” come all’inizio dell’episodio di Nala nel Mahabarata: āsīd rājā nalo nama Virsaena-suto balī “c’era una volta un re chiamato Nala, figlio di Virasena, forte”. Questa forma non è attestata che una sola volta nel Beowulf, per la presentazione della spada Hrunting, verso 1457. Ma i personaggi non vengono mai presentati; entrano di colpo in scena, essendo considerati già noti, per esempio, al verso 4 “Spesso Scyld, del lignaggio di Scefa, strappò a bande pirate, a numerosi popoli, i seggi dell’idromele”. Lo stesso vale per i suoi successori, per i protagonisti del racconto, e allo stesso modo per gli eroi dei vari episodi: “Sopra i figli di Fin: su quando li colse il disastro, su quando dovette soccombere, l’eroe dei Danesi a Metà, Hnaef degli Scyldingas, nel massacro di Frisia” (inizio dell’episodio di Finnsburg, verso 1068 e seguenti). Ci troviamo dunque in presenza di un contro-esempio, di una singolarità di Beowulf rispetto all’utilizzo generale? Affatto: l’espressione non appartiene al linguaggio poetico nel suo complesso, ma alla lingua del racconto; si cercherebbero invano degli esempi nell’epopea omerica, che getta il lettore in medias res e non gli presenta affatto gli eroi, come se fossero degli sconosciuti.

4.1.2. – Altre componenti del retaggio formale
4.1.2.1. – Un pleonasmo ereditato
Nel capitolo “Phraseologisches”, Schmitt ricorda la corrispondenza segnalata da V. Pisani tra la forma omerica
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E quella indiana antica ehi, Sāvitri, ā gaccha, ovvero l’impiego simultaneo dei due principali verbi di spostamento in indoeuropeo, *ey– e *gwem– (sostanzialmente “andare” e “venire”). Beowulf presenta una espressione similare, versi 323-4 to sele furdhum / … gangan cwomon, “si avvicinarono al palazzo”; verso 710-1 Dhā cōn of mōre… / Grendel gongan “Percorrendo pendici nebbiose, … venne Grendel”; versi 1162-3 Thā cwōm Wealthēo fordh / gān “Ora si fece avanti Wealhϸēow… ella andò”; verso 1644 Dhā cōm in gāan ealdor dhegna “Poi entrò il principe”. Questi quattro passaggi riuniscono il verbo cweman (<*gwem-) al preterito e l’infinito gān, gangen che, con il suo preterito ēode, prolunga la radice *ey-: abbiamo dunque in questi quattro passaggi l’esatta contropartita delle espressioni greche e indiane. Si rilevano inoltre degli impieghi non pleonastici nei quali l’infinito, con il suo valore di locativo (peraltro uno dei suoi impieghi originari (68)), così al verso 1802 Dhā cōm beorth scacan “Quando (il sole) apparve, brillante” (letteralmente “fu giunto repentinamente”). È possibile che l’espressione studiata si ricolleghi a quest’ultimo, e non fosse pleonastico sin dall’inizio: la radice *ey– significa “andare a piedi” (per opposizione alla radice *yā– “andare in altro modo ma non a piedi”), nonostante la radice *gwem– non comporti affatto tale precisazione. L’antico inglese c(w)ōm gangan, così come il suo corrispondente omerico
Abbia potuto significare “venne a piedi”.
4.1.2.2. Una entrata in materia di ereditaria: antico-inglese hwaet, ittita kwit
Le particelle utili a dare inizio ad un discorso variano a seconda della lingua, e persino nella storia di una stessa lingua. Di utilizzo abituale in antico inglese (69), il hwaet con il quale ha inizio il poema, così come differenti passaggi dialogici (per esempio verso 530 e 1652) ha ceduto il posto a lo. È tanto più significativo osservare una concordanza tra l’inizio del Beowulf e quello del discorso del Re ittita Hattusilis I, Testamento, 8, nu-kwit, al posto del più usuale kāsa accompagnata dalla particella del discorso diretto wa(r). Il latino impiega ugualmente il suo pronome quid come particella del discorso, ma nelle transizioni, come per il hwaet inglese (ad esempio al verso 942, ove figura a metà di un discorso).
4.1.2.3. “Intessere la Pace”
Si osserva frequentemente nei Veda che alcuni verbi sono provvisti di un regime diretto (accusativo) insolito dal punto di vista semantico ove, se il verbo è inoltre intransitivo, dal punto di vista sintattico: “soffiar la ricchezza”, del Vento; “brillare la ricchezza”, detto dell’Aurora, etc. Questi impieghi si spiegano con la sostituzione del verbo “dare” di un verbo specifico per ogni “donatore” potenziale. Questa stessa sostituzione è alla base della qualificazione della regina come “tessitrice” di pace, verso 1942 freodhu-webbe.
4.1.2.4 – Amplificazione tramite il doppio dativo
Come nel caso di altre lingue indoeuropee, il germanico ha conservato il doppio dativo, aggiungendo soltanto una preposizione ad uno dei due termini. Questa espressione consiste originariamente nella riunione all’interno dello stesso sintagma di un sostantivo deverbativo d’azione e di un sostantivo qualunque rappresentante l’agente o il paziente del processo espresso con il precedente. Con il suo gerundio in –enne (70), l’antico inglese a rinnovato e sviluppato questo secondo utilizzo. Nel discorso, il doppio dativo costituisce sovente un processo di amplificazione della frase; questo denota una processo ulteriore, risultato di un processo principale, verso 14 folce tō frōfre “per la salute del popolo”; 95 to leohte landbuendum “per illuminare gli abitanti del continente”; 1941 idese tō efnanne letteralmente: “da imitare per un sposa”; 1961 haeledhum tō helpe letteralmente “di aiuto ai guerrieri”; verso 2448 hrefne to hrodhre “in pascolo ai corvi”; 2941 fuglum to gamene “per il divertimento dei volatili”. Con la preposizione on: 2306-7 Thā waes daeg sceacen / wyrme on willan “il giorno sparì, fu l’ora desiderata dalla serpe”, si veda anche 2314 e 2661-2. Tale impiego del doppio dativo al termine della frase, nella quale costituisce un quasi subordinato, non si osserva in tutte le lingue nelle quali si abbiano conservato il doppio dativo; il latino, per esempio, lo ignora. Ma è ben rappresentato in slavo, in baltico e in indo-iranico, così come nel Rg Veda 3,29,4 ni dhimahy agne havyaya volhave “noi depositiamo o Agni, per convogliare l’offerta”. J. Gonda, che ha consacrato diverse pagine a tale impiego nel suo studio On amplified scentences and similar structures in the Veda (71) considera che si tratti di fatti stilistici che risalgono all’indoeuropeo: “Many subtypes possono essere considerati come ereditati dai tempi preistorici” o addirittura “dall’utilizzo comune dell’Indo-europeo” (p. 68). Non sorprende affatto che il nostro poeta, che impiega ogni mezzo per enfatizzare il discorso, abbia utilizzato questa forma con profitto.
4.1.2.5 – Altre forme di amplificazione
Lo stile di Beowulf è doppiamente ripetitivo: le stesse formule ritornano a breve distanza, come capita d’abitudine nella poetica formularia, e queste vengono poi riprese immediatamente, in forma differente. Ecco qualche esempio dei principali tipi di ripetizione stilistica osservabili nel poema:
- L’espressione di un solo e medesimo processo espresso in due forme, verso 48-9 lēton holm baran/gēafon on gārsecg “costoro lasciarono ai flutti il suo peso / lo abbandonarono all’oceano”. Stesso procedimento al verso 49-50, 64-5, 591-3, 679-80, 753-4, 1021-2 (saegen gyldenne e hrode hilde-cum bor non sono che un medesimo oggetto, si veda verso 1027); 2308-9. Altri esempi sono più complessi: così i versi 442-451, ove sono riprese a loro volta le tre proposizioni seguenti, 1- Se Grendel mi uccide, 2 – mi divorerà, 3- non avrai modo di farmi il funerale (1: verso 442 e 447; 2: verso 442-4, 446, 448-9; 3: 445-6, 450-1). Gonda (72) fornisce numerosi esempi del processo nei Veda e nelle varie letterature indoeuropee. E lo interpreta come segue: “Con tale modalità di espressione, i poeti antichi disponevano di un mezzo per esprimere certe idee con termini non del tutto identici, e così le loro mutue relazioni, e di rinforzare l’efficacia di certe formule. In alcuni casi come nell’Atharvaveda 4,11,7 so’drmhayata so’dharayata (egli afferrò, rinforzò) ove i termini non identici non differiscono che leggermente per via del senso, tale carattere è ben in evidenza, e non vi è posto per credere che la ripetizione è un imbellettamento poetico” (pag. 53-54). Tale volontà di insistenza si manifesta ugualmente nel Beowulf, e fino al pleonasmo, verso 126 on uhtan mid aer-daege “all’alba, allo spuntare del giorno” (similarmente: 340-1, 2115-6, così come il termine descritto qui sopra §4.1.2.1.).
- Le espressioni binarie, che, anch’esse, hanno dei paralleli nelle altre letterature antiche del mondo indoeuropeo: – coppie riunenti un termine e il suo anti nomos, oppure la sua negazione, del tipo rappresentato da Esiodo, Le Opere, verso 3
“oscuri o illustri” (Gonda, pagina 30 e seguenti): verso 511 nē lēof ne lādh “amico, nemico” (amplificante nē…āenig mon “nessuno”); 718 āer ne sithdahn letteralmente “prima né dopo” (amplificante nāefre “mai”); 839 feorran ond neahan “da lontano così come da vicino” (ovvero “dappertutto”; similarmente versi 1221; 2317); 1864 ge widh feond ge widh freond “al nemico, all’amico”; 2500 aer ond sidh “poi e poi”. Tali gruppi binari sono spesso espressione di una totalità: è il meristema “da lontano come da vicino” ovvero “dappertutto”, “né prima né dopo” ovvero “sempre” (verso 718), ecc.
I termini dei gruppi binari (quali che siano) sono spesso legati tramite delle similitudini fonetiche, come l’assonanza, verso 656 hond ond rond “braccia e scudo” (paralleli: Gonda pagina 229 e seguenti), la paronomasia, verso 2571 life ond lice “la vita e il corpo” (paralleli: Gonda pagina 232 e seguenti) si veda anche versi 2713 ladh widh lathum letteralmente “nemico contro nemico”, verso 1978 maedh widh maege letteralmente “il parente con il parente” (paralleli: Gonda, pagina 285 e seguenti), infine la figura etimologica (si veda qui sopra § 4.1.1.2).
4.1.2.6. La definizione di un essere tramite la qualità che lo caratterizza
Beowulf contiene tre esempi, di cui uno ripetuto, della designazione di un essere o di un oggetto tramite la sua qualità caratteristica; tutti e tre comportanti il sostantivo gyre “paura” (il che indica il carattere formulario di tale impiego): versi 384 e 478 Grendles gryre letteralmente “lo spavento di Grendel” nel senso dello “spaventoso Grendel”; verso 483 mid gyrum ecga letteralmente “con la paura delle loro spade” ovvero “con le loro formidabili spade”; verso 1284 wig-gryre wifes letteralmente “paura-guerriera di una donna” ovvero “guerriera spaventosa”. Tale inversione stilistica del rapporto tra l’essere e la sua qualità è ampiamente attestata: latino scelus viri “uomo criminale”, greco
“Eracle il forte”, gatico Yasna, 48,10 mūθrδm ahyā madahyā “questa spazzatura di pesci intossicante”.
4.1.2.7 Lo strumentale “militare” e il Dativus navalis greco (73)
Come i Chronica, Beowulf presenta molti esempi del dativo senza preposizione con il valore associativo che ha ereditato dallo strumentale indoeuropeo allorché si tratta di una “scorta”; ecco un arcaismo della lingua militare: verso 922 truddode … getrum micle “lui andò … una potente truppa”; 2346-7 weorode gesohte, sidan herge” letteralmente “affrontò con la scorta, una vasta armata”; 2944-5 com/leoda dugodhe “arrivò con i veterani del clan”
P36/55
Lo si trova anche una volta (per estensione?) applicato non ad una scorta, ma per certo a dei nemici, 1068 Finnes eaferum “con i figli di Finn” E, in una situazione non di carattere militare, 924 maegtha hōse “attorniato dai suoi servitori”.
1Eadgils fu sepolto a Uppsala (Gamla Uppsala, Svezia) secondo Snorri Sturluson. Quando il tumulo occidentale (a sinistra nella foto) fu scavato nel 1874, i reperti mostrarono che un uomo potente fu sepolto in un grande tumulo, intorno al 575, su una pelle d’orso con due cani e ricche offerte funerarie.



