La repressione dei culti tradizionali da parte di Liutprando

Ancora nel 727 d.C. dovevano sussistere delle forme residuali di paganesimo longobardo in considerazione dello sforzo legislativo posto in essere dal cattolicissimo Liutprando, il quale volle intervenire dedicando alla loro specifica repressione le cosiddette leggi del “quindicesimo anno”. Queste in particolare si ergono, sin dalle premesse introduttive, specificatamente in difesa del cristianesimo minacciato da pratiche considerate empie e malvage. Il legislatore ci fornisce però indirettamente una, seppur minima, indicazione delle credenze oggetto di condanna. Sono delle forme descrittive che comunque colmano il vuoto derivante dall’inabissarsi delle fonti orali, ormai costrette all’oblio o alla clandestinità. La descrizione delle stesse è purtroppo fortemente stereotipata e ispirata ai modelli conciliari ecclesiastici. Si parla infatti e a più riprese di consultazione di indovini e indovine, ma anche di culto degli alberi e delle fonti.
Il riferimento al culto dendritico tradisce ad ogni modo un certo margine di precisone, visto che già Tacito ci tramanda l’uso di dedicare alle divinità dei boschi sacri:
«Non ritengono per altro conforme alla maestà degli Dèi rinserrarli fra pareti e raffigurarli con sembianza umana: consacrano loro boschi e selve e danno nomi di divinità a quell’essere misterioso che solo il senso religioso fa loro percepire.» (Tacito, De Germania)
La dedica di specifiche aree silvane al culto degli Dèi si inquadrerebbe dunque in una secolare consuetudine germanica alla quale Tacito dedica parole decisamente suggestive e che indicano un tratto di comprensione per lo stupore e il sentimento che la foresta germanica era in grado di conferire.
Gli autori cristiani però, venuto meno il senso di reverenza per il mistero suggerito dalla solennità della natura, tenderanno a connotare in maniera del tutto diversa questo antico tratto della religiosità germanica.
«In effetti, molteplici oggetti della natura erano imbevuti di sacralità. E i decreti della Chiesa così come gli editti reali impedivano tutte le pratiche cultuali legati ad essi: la admonitio generalis di Carlo Magno mette in guardia contro gli alberi, le pietre o le fonti, circondate di pratiche “stupide” [ubi aliqui stulta luminaria vel alias observationes faciunt]. Il culto degli alberi in particolare era piuttosto antico e le innumerevoli interdizioni dell’epoca cristiana ne indicano una lunga sopravvivenza. È costume del villico germanico piantare presso la sua fattoria un albero protettore del suo clan, di norma un frassino o un tiglio, spesso attribuendo a questo albero delle proprietà magiche o curative. Occorre forse ricordare l’albero cosmico Yggdrasill? O il tasso presso il tempio di Uppsala secondo la descrizione di Adamo da Brema? L’albero è percepito simbolicamente come il seggio di una divinità come il robur Jovis, quercia sacra che San Bonifacio fece abbattere nelle vicinanze di Geismar. Dall’alta antichità ci derivano i boschetti sacri; citiamo semplicemente il bosco sacro dei Senoni, il castrum nemus di Nerthus, la silva Herculi sacra presso il fiume Weser.» (La sacralità nel mondo Germanico precristiano. E. Polomé – ÉTUDES INDOEUROPEENNES 1996)
Infatti, oltre alle riduzioni evemeristiche delle divinità, gli evangelizzatori tendevano a squalificare i culti tradizionali descrivendoli come mere pratiche naturalistiche, forse per sottolinearne l’arretratezza o forse perché dei culti aviti non rimanevano che tracce sbiadite legate in particolare all’ambiente contadino, come nel caso del culto delle fonti. Ne deriva quindi che spesso sono i cosiddetti elementi della “terza funzione” indoeuropea a sopravvivere, ovvero quelli che erano volti ad ottenere abbondanza nella produzione agricola, nell’attività venatoria o nella sfera sessuale. Evidentemente tali ambiti di interesse erano molto cari all’ambiente agricolo e pastorale giustificando la persistenza dei culti dell’abbondanza in una fase decisamente avanzata del regno Longobardo.
Per quanto riguarda invece il culto degli alberi in generale possiamo affiancare al riferimento normativo liutprandeo la testimonianza, anteriore di alcuni decenni, del vescovo presso il ducato longobardo di Benevento, Barbato, attivo con la sua azione missionaria dal 663 al 682 d.C. Barbato ci descrive per l’appunto due forme cultuali: quella della vipera e quella dell’albero sacro: queste sono state ampiamente analizzate e commentate in due studi ai quali rimandiamo, sia per l’autorevolezza che per la completezza degli stessi: “La Cultura Tradizionale dei Longobardi” di Gasparri e “Il culto longobardo della Vipera” di Antonio Rusconi.
Terminando ci preme menzionare alcuni collegamenti tra il culto dendritico longobardo e quello sassone. Nei miti nordici, l’albero cosmico, autentico asse del mondo, è il famoso frassino Yggdrasil: per i germani continentali è l’Irminsul, la colonna che sorregge il cielo, sacra ai Sassoni. È piuttosto nota la vicenda della repressione carolingia di questi ultimi che porterà all’abbattimento del simulacro dell’Irminsul. La sua simbologia, conservata presso le Extersteine, ricorda da vicino le raffigurazioni dell’albero della vita scolpite in numerose pievi romaniche dell’astigiano, come ad esempio presso Montiglio Monferrato (AT) o Cortazzone (AT). Una presenza Sassone nell’astigiano, peraltro, è rinvenibile con sicurezza.
Infatti, all’interno della pieve romanica di San Lorenzo presso Montiglio Monferrato, si può rilevare una pietra tombale risalente al periodo fra il 568 ed il 571, epoca in cui un contingente di circa 30.000 Sassoni invase l’Italia insieme ai Longobardi.
La dicitura sulla pietra riporta questo testo:
“SAHSMAR (H)IC QUI(E)SI(T) IN (PACEM)” che significa Sahsmar qui riposa in pace; Sahsmar è un cognome di certa origine Sassone. Questa scoperta ed interpretazione si deve al professor Olimpio Musso.
Durante i recenti lavori di restauro è stata scoperta una nuova lapide mortuaria che cita “ANIBAL CO(niux)” probabilmente dedicata da una moglie al marito defunto. Questa lapide risale al sesto secolo dopo Cristo; in origine il nome doveva essere Hanubald¹, nominativo germanico molto arcaico.
Sul lato nord della seconda monofora si nota il serpente urofago che si mangia la coda, tipico simbolo alchemico: ha significato di continuità.
Testo e foto di AA
¹ Antroponimo che ricorda Aduprando, il figlio del protagonista del già citato “Carme di Ildebrando” di cui è possibile ipotizzare una origine longobarda.
