Le Masche, il carme di Merseburgo e l’Atharvaveda

Le Masche, il carme di Merseburgo e l’Atharvaveda

Il termine “Masca”, indicante una strega, è attestato nell’Editto del sovrano longobardo Rotari che raccoglieva le cawarfidae, le leggi tradizionali del popolo longobardo. Tramandate oralmente dagli anziani della tribù, tali antiche consuetudini furono per la prima volta messe per iscritto nel 643 d.C.
Lo scenario che si profila dall’Editto di Rotari è tributario delle conformazioni ambientali tipiche dell’Europa centro orientale quali le sedi pre-italiche di insediamento longobardo, come la Pannonia. In questo senso quindi l’editto tradisce la sua forte connotazione tradizionale, nella quale la credenza nelle streghe e la probabile compresenza di aspetti cultuali notturni era maggiormente sentita.

«Nessuno presuma di uccidere un’aldia o una serva altrui come se fosse una strega, che chiamiamo masca, perché per menti cristiane non è in alcun modo credibile, né possibile, che una donna possa divorare interiormente un uomo vivo.» (Rotari 376, in “Le Leggi dei Longobardi” a cura di C. Azzara e S. Gasparri, Viella)

Il riferimento alla possibilità che la masca sia in grado di nutrirsi di un uomo, o si riferisce al tradizionale ruolo della strega quale divoratrice di infanti o di cadaveri oppure è un riferimento alla possibilità, da parte della masca stessa, di agire come una succube o demone notturno in grado di possedere interiormente la vittima designata: nutrendosi così simbolicamente della sua anima.

Vale la pena di aggiungere che il termine “Masca” permane ancora oggi in lingua piemontese.

La Kershaw, nel suo fondamentale “The One Eyed God”, ritiene che il termine Masca sarebbe pertinente con l’usanza di mascherarsi durante le cerimonie notturne, assimilabili alla caccia selvaggia, forse come sappiamo un retaggio di antiche pratiche iniziatiche dei guerrieri belva germanici.

Come le streghe germaniche siano in relazione con i guerrieri belva lo dimostra mirabilmente G. Chiesa Isnardi:

«Più fortemente si rileva l’antitesi tra valchirie e streghe se si osserva la singolare somiglianza tra queste ultime e i berserkir: gli uomini-orso o uomini-lupi protesi ad un trascendimento sinistro dell’umano¹. Le streghe come i berserkir incarnano questo medesimo tentativo. Importantissimo […] osservare queste connessioni, particolarmente quella fra streghe e lupi (e quindi lupi mannari e berserkir).» (G. Chiesa Isnardi, in Il Superuomo volume IV)

Sempre la Kershaw porta l’attenzione su di un’altra vestigia linguistica tramandata dal diritto longobardo e dall’editto di Rotari in particolare: il Walapauz. Costui sarebbe – come confermato anche dal vocabolario della Francovich Onesti – un aggressore mascherato. Il suffisso –pauz sarebbe poi diventato la maschera veneziana, la bautta.

L’istituzione di uno specifico articolo dell’editto dedicato al reato di aggressione mascherata ci porterebbe a supporre che questa tipologia di aggressione non fosse un fenomeno isolato. Ovviamente l’alto medioevo non conosceva i sistemi di tracciabilità e riconoscibilità che connotano la nostra epoca e quindi la necessità criminale di mascherarsi derivava probabilmente dalla volontà di non essere personalmente riconosciuti all’interno della comunità, mediamente piuttosto ristretta, della Fara longobarda.

È pur vero che il folklore germanico ci tramanda varie forme secolarizzate di processioni mascherate – probabili ultime eco della caccia selvaggia agente sul piano divino – come i cosiddetti Krampus o altre analoghe sfilate, dove spesso le figure in processione si lascerebbero andare ad atteggiamenti licenziosi, burleschi o apertamente aggressivi. Appare non casuale, ad esempio, il fatto che la lingua longobarda utilizzi il termine grima sia per riferirsi ad una donna anziana e di aspetto poco attraente sia alla “maschera dell’elmo”.

Il tutto trova conferma e sistematizzazione sulla base di quanto scrive Massimo Centini:

«Da masca deriva anche la forma talamasca, collegata alle mascherate organizzate in occasione dell’anniversario dei defunti, come conferma Incmaro di Reims (882): “non permettete che si facciano turpi giochi con l’orso, né si consenta che vengano portate avanti quelle larve di demoni, che volgarmente si chiamano talamasche”. Il termine talamasca, “usato pure fin dall’Alto Medioevo in area germanica per indicare una persona mascherata, si fa derivare per la prima parte dal verbo dalen=bisbigliare, parlare in modo buffo, scherzare. E pertanto talamasca sarebbe una maschera che borbotta o parla in modo strano come uno spirito o un ossesso”» (Massimo Centini “La stregoneria in Piemonte”. Fonti storiche e tante leggende)

L’idea dell’intonazione di canti o formule magiche, frutto dell’invasamento o della possessione, espresse dalle streghe durante una cerimonia notturna come la caccia selvaggia, rivela e getta una luce più completa anche su altre fonti germaniche.

In gotico, infatti, le streghe erano denominate haliurun(n)ae: così Iordanes le qualifica descrivendo la loro cacciata dal consesso della tribù, a causa di pratiche magiche considerate scabrose, forse assimilabile secondo Herwig Wolfram con il seidr scandinavo. Questa forma di incantazioni prevedeva danze e ritualità fortemente effeminate, anche se comunque comprese nell’ambito della sovranità di Odino in quando Dio stregone, e appellato per altro Grminir, il “mascherato”.

A questo tipo di magia si riferisce infatti Loki, nel carme eddico denominato Lokasenna, letteralmente “gli insulti di Loki” per inveire contro Odino. Così a lui si rivolge infatti Loki:

«Dissero di te che avevi fatto incantesimi in Samsey
E battevi sul tamburo magico, come le veggenti.
In veste di maga hai viaggiato tra i popoli
E io penso che questo sia da invertiti!»


Loki ci fornisce quindi indirettamente uno spaccato delle pratiche divinatorie ed estatiche di queste incantatrici.

Ma torniamo alle haliurun(n)ae gotiche: queste streghe, dopo la loro cacciata, accoppiandosi con gli spiriti malvagi delle steppe diedero la luce agli Unni.

Il re dei Goti Filimero infatti «dopo la partenza dall’isola di Scandia, era penetrato con tutta la sua gente nelle terre di Scizia, scoprì tra il suo popolo alcune maghe, che nella lingua madre egli stesso soprannominò “aliarunne”. Avendole in sospetto egli le cacciò dal popolo e, facendole fuggire lontano con l’aiuto dell’esercito, le costrinse ad errare in terre solitarie. Gli Spiriti Immondi, avendole viste vagare nel deserto ed essendosi congiunti al loro abbraccio diedero origine a questa stirpe ferocissima». (Iordanes, Storia dei Goti)

Le Masche, il carme di Merseburgo e l’AtharvavedaSarebbe interessante provare a riscostruire l’etimologia del termine haliarunnae. C’è chi ha ipotizzato una derivazione da Haliju-runnos, ovvero “guide dell’inferno” o “guide del regno dei morti”, riferendosi alle loro esperienze sciamaniche durante la trance.

Potremmo però anche ipotizzare che “aliarunne” sia invece composto da *hailagaz² (sacro) e runa, sussurro, incantesimo. Oppure da *hailaz, da cui poi il moderno Hell, inferno. Quindi il rimando sarebbe alle “sacre rune” o alle “rune infernali”. O per meglio dire ai “sussurri, bisbigli sacri” o ai “sussurri o bisbigli infernali”. Questa spiegazione etimologica ci riporterebbe ai bisbigli delle talamasche e delle loro processioni.

Le rune, oltre ad essere oggetto di incisioni – su supporti lignei, litici o ossei – rappresentavano veri e propri incantesimi, attributi in particolare della divinità magico-sovrana per eccellenza: Odino. Come si narra nell’Havamal, al termine di un rito di autoimmolazione all’Albero cosmico Yggdrasil, questi ricevette le rune come risultato della sua morte e rinascita spirituale.

Il rinvenimento di iscrizioni runiche nella penisola italiana è un fatto piuttosto raro e per questo motivo eventuali reperti sono oltremodo preziosi. In particolare, nell’eporediese in località Belmonte (TO), è stato rinvenuto, nel complesso di un più vasto insediamento longobardo, un fuso, atto a filare, con inscritta una serie di caratteri runici.

Si tratterebbe con ogni probabilità della più antica iscrizione runica d’Italia, dimenticata in un cassetto nei depositi del museo archeologico di Torino per decenni sino alla sua riscoperta ed esposizione nel dicembre del 2019 presso il Museo di Cuorgné.

 

Tale fusaiola risulta ricavata da una roccia di origine pannonica, area dell’insediamento pre-italico dei Longobardi e veniva probabilmente utilizzata come ornamento o amuleto femminile, prima della distruzione violenta dell’insediamento di Belmonte. Le rune ivi incise potrebbero essere una “F”, Feoh, una “O”, Odal, una “M” di Mannaz e forse una “S” di Sowilo.

Feoh potrebbe riferirsi ai frutti del raccolto, Odal al possesso di un appezzamento di terra avito, Mannaz all’attività e alla vita dell’Uomo, Sowilo all’energia vittoriosa del Sole. Nel complesso si tratterebbe di un amuleto che poteva conferire buona sorte nel raccolto e nelle attività della Fara.
Si tratta di ambiti perfettamente coerenti con l’utilizzo della fusaiola come oggetto portafortuna da parte di una donna longobarda. Possiamo ipotizzare che questo amuleto, consacrato per la prima volta in territorio pannonico, sia poi stato tramandato di generazione in generazione sino ad arrivare a Belmonte.

Sempre in area eporediese, seppure molti secoli più tardi, la pratica di realizzare incantesimi o altre forme di magia, non dissimili da quelle legate alla fusaiola runica, sarebbe facilmente incorsa nei rigori e nella persecuzione dell’Inquisizione. Qualsiasi forma di magia naturale o legata al culto dell’abbondanza venatoria, ad esempio, avrebbe corso il pericolo di essere bollata come satanica o empia da parte degli appositi tribunali ecclesiastici e del loro braccio secolare.

Alcune testimonianze infatti, rese durante i processi dell’inquisizione piemontese del 1.400 proprio in area eporediese, raccontano di un presunto malefizio avvenuto durante il banchetto in un campo, dove streghe e stregoni si davano convegno per la celebrazione del famigerato “sabba”. Secondo queste testimonianze il banchetto sarebbe proseguito per l’eternità, poiché, conservando le pelli e le ossa degli animali, sarebbe stato possibile farli rivivere per potersene poi cibare nuovamente.

Non è escluso che il retroterra mitico di tali reminiscenze, ormai annacquate e certamente distorte dalle torture dell’inquisizione, possa rintracciarsi nell’insieme di credenze dei popoli germanici – Longobardi o Goti – che si insediarono alla fine dell’antichità in Piemonte e nell’eporediese in particolare.

Il tema della rigenerazione infinita degli animali uccisi troverebbe infatti un suo parallelo mitico nella vicenda narrata da Snorri Sturluson, e raccolta nel noto Gylfaginning, o inganno di Gylfi. In questa fonte, Thor, ospite presso un contadino, durante una delle sue consuete spedizioni, uccide i suoi capri per sfamare sé ed i suoi compagni. Thor però, per non rimanere privo dei capri che trainano il suo carro, li fa rivivere perché aveva tenuto da parte le pelli e le ossa degli animali. Grazie a questi resti infatti è in grado di farli tornare in vita, per potersene cibare all’infinito.

I Dialogi di Gregorio Magno testimoniano in questo senso la pratica longobarda di celebrare dei banchetti, ritenuti sacrileghi dai cristiani, in onore di un non meglio identificato demone – con ogni probabilità Thor – secondo S. Gasparri. Durante questi pasti veniva offerta in sacrificio la testa di un capro, animale sacro appunto al Dio del Tuono germanico.

Tali pasti sacrileghi sarebbero stati accompagnati da una danza estatica, dal ritmo serrato, durante la quale sarebbe stato intonato un presunto carmen nefandum.

La danza, spesso con forti tinte estatiche e allucinatorie dovute all’enfasi della stessa, è una consuetudine ben attestata nella stregoneria nordica, come riportato anche dalla Chiesa Isnardi nel suo contributo sulle streghe e le valchirie come personaggi superumani nelle saghe. In particolare, la strega norrena, controparte femminile del guerriero lupo, a cui spesso è associata, compierebbe incantesimi basati sulla danza circolatoria in senso contrario a quello del moto apparente del sole³.

Tornando ad approfondire la pratica di far rivivere gli animali morti per poi cibarsene ancora è doveroso ricordare uno dei più celebri incantesimi germanici sopravvissuti alla cristianizzazione. I cosiddetti due carmi di Merseburgo, il secondo dei quali così recita:

Phol e Wodan cavalcarono verso il bosco;
Si storse allora il piede del cavallo di Balder.
Pronunziò allora parole di scongiuro Sinthgunt e Sunna, sua sorella;
pronunziò allora parole di scongiuro Freyja e Volla, sua sorella;
pronunziò allora parole di scongiuro Wodan, come egli sapeva fare alla perfezione
[contro la] slogatura dell’osso, slogatura con sangue,
slogatura di un membro:
“Osso [torni] ad osso, sangue a sangue,
membro a membro; così siano saldamente uniti”.

La parte finale dell’incantesimo è stata comparata da tempo, sin dagli studi di Kuhn, ai versi dell’indiano Atharva Veda (il veda del fuoco nero), di carattere apertamente magico incantatorio:

«Che il midollo si riunisca al midollo, che la pelle ricresca con la pelle, che il sangue e l’osso ricrescano, che la carne ricresca con la carne; | rimetti insieme pelo a pelo; rimetti insieme pelle a pelle; che il sangue e l’osso ricrescano: rimetti insieme ciò che è spezzato, o erba [medicamentosa]» (Atharvaveda [IV: 12:])4

La visione magica sottostante a tutte queste forme di incantesimo – dal carme di Merseburgo alle danze longobarde; dai capri di Thor sino alle testimonianze delle streghe eporediesi – potrebbe risalire ad un comune passato indoeuropeo che avrebbe continuato a persistere, in forme più o meno deformate, anche in epoca medioevale.

Testo e foto di AA


¹ Su questa particolare interpretazione del guerriero belva si veda G. Chiesa Isnardi “Il Lupo mannaro un superuomo” in Elemire Zolla presenta “Il superuomo” vol. III

² «Il termine *hailagaz derivato dal sostantivo rappresentato per l’antico norreno heill “saluto, benedizione, felicità”; si applica anche agli oggetti provvisti di un potere magico, come l’idromele mischiato con le incisioni lignee runiche, helgimjodr.» (E. Polomé La sacralità nel mondo Germanico precristiano ÉTUDES INDOEUROPEENNES 1996)

³ Gianna Chiesa Isnardi “Il trascendimento dell’umano nelle Valchirie e nelle streghe” “Il Superuomo III” A cura di E. Zolla

4 C. Watkins “How to Kill a Dragon”