Fight Club: Iniziazione e Nichilismo

Un’esperienza personale a mo’ di prologo

Una serie di esperienze di vita mi legano a questo film di David Fincher più che a tante altre pellicole. Difficilmente ci si può riconoscere specularmente nel Leonida di “300” o nel giovane Harrison Ford di “Indiana Jones”, anche se piacerebbe certamente a molti. Al contrario una serie di tratti mi collegano al protagonista di questo film (nella sua fase da sfigato “Mister Ikea” interpretato da Edward Norton ovviamente, che avevate capito ?) : in primis il tipo di lavoro – praticamente identico; poi l’età; il fatto di vivere in un appartamento da solo e soprattutto l’essere perennemente insonne e stressato. Addirittura coincidenze relative a particolari insignificanti del film, come quello di rincasare stanchi morti e trovare vicini di casa intenti a copulare rumorosamente con tanto di urla bestiali come capita in una delle sequenze più tragicomiche dello stesso. Una serie di coincidenze che fanno riflettere … Ricordo poi che mentre leggevo l’omonimo romanzo venivo spostato come un pedone sulla scacchiera per questioni di lavoro, in giro per l’Italia, con continui trasferimenti aerei. E intanto risuonava lapidario uno dei motti del film: “Questa è la tua vita e sta finendo un secondo alla volta”. Analizzare questa vicenda mi ha insomma aiutato ad analizzare una parte della mia vita interiore e non solo. Mi auguro possa servire anche ad altri.

La trama redatta da Chuck Palahniuk è ormai nota ai più dato che sia il film che il romanzo sono assurti negli anni al ruolo di “cult”, nonostante all’epoca della loro uscita furono più che altro dei “flop”. Oggi invece, a distanza di più di un decennio la versione cinematografica di “Fight Club” risulta tra i film più amati e apprezzati dal grande pubblico tanto che è addirittura sorta una piccola industria – in contraddizione con le istanze anti consumiste del film stesso ! – di gadget legati alle frasi del film.

Sono state proposte molte interpretazioni da parte della critica e del mondo culturale: in particolare i saggisti si sono soffermati sull’aspetto politico suggerito dal progetto Mayhem, bollato spesso come “anarchico” “ambientalista radicale” o addirittura “fascista”, in particolare da alcuni politologi italiani. Nella maggior parte dei casi si è sottolineato il ruolo del contemporaneo movimento “no global” come possibile ispirazione prima del libro e poi del film. Vedremo in quest’articolo i pregi e i limiti di queste affermazioni.

Dal punto di vista psicologico sono state avanzate ipotesi sulla crisi della figura maschile, sull’omoerotismo, su una forma di inconfessata misoginia. Argomenti di questo tipo non sono certamente errati ma forse non colpiscono ancora nel centro.

Altri hanno identificato – seppur parlandone sottovoce – in talune affermazioni del protagonista una vaga eco tradizionale e vorremo addirittura dire “evoliana”, con questo termine riferendoci al pensiero del saggista italiano Julius Evola.

Ma partiamo dal principio.

Yuppie e perdita della virilità

Edward Norton, di cui all’inizio del film non sappiamo ancora il nome, interpreta in modo straordinario la figura di uno Yuppie, teoricamente l’essere umano con maggiori potenzialità sul pianeta terra. Bianco, americano, giovane, benestante e single. Sembra quasi l’identikit del mitico protagonista di “American Psycho”. Eppure una serie di disagi non meglio identificati condannano da mesi il nostro all’insonnia. E in questo ci ricorda immediatamente l’altrettanto mitico Titta Di Girolamo di “Le conseguenze dell’Amore”. L’insonnia – ve lo dico con coscienza di causa – è una brutta bestia, come diceva Pessoa (altro contabile di professione e grande insonne!): “Dopo una notte dove si è dormito poco e male sembra che il mondo ce l’abbia con noi”. Ed in effetti il nostro protagonista teme un capo autoritario e dispotico, non riesce godere della compagnia degli altri, che al massimo si riducono ad amici “porzione singola” con cui scambiare quattro chiacchiere di circostanza. Circondandosi di mobili IKEA – nei quali cerca disperatamente una identità sino a chiedersi quale bene materiale lo “caratterizzi come uomo” – cibandosi solo di condimenti, accarezza strane fantasie autodistruttive e gestisce cinicamente calcoli mortiferi per la propria azienda. Dopo i ruggenti anni ’80 dunque, anche la figura dello Yuppie conosce la sua crisi e avanza in essa un nuovo tipo di alienazione lavorativa, legata alla coscienza di svolgere lavori inutili se confrontati con quelli più “elementari”, come nel caso del “cacciatore raccoglitore” di cui parlerà il protagonista nelle vesti di Tyler Durden. E infatti nonostante tutti i suoi preziosi beni materiali e mobili scandinavi l’insonnia non cessa di tormentarlo …

Dopo aver elemosinato al proprio medico la prescrizione di psicofarmaci e tranquillanti (obiettivamente uno dei mali del nostro secolo) – che si vede però negati – scopre quasi per caso l’esistenza dei c.d. “T group”, i gruppi terapeutici, un tempo molto diffusi solo negli USA e oggi globalizzati su tutto l’orbe terraqueo. Stiamo parlando di quel tipo di sedute in cui uno alla volta si espone la propria storia ed i propri problemi cercando così il conforto e la conferma esterna. Lungi da noi esprimere giudizi sull’efficacia medica di tali “T group”, piuttosto ci interessa sottolineare come, stando ad alcune indiscrezioni, l’autore Chuck Palahniuk abbia egli stesso frequentato questi gruppi quando stava lottando contro l’alcolismo. Da questa esperienza di prima mano nasce la vivida rappresentazione che fa piombare lo spettatore nel bel mezzo di questi grigi gironi infernali. La prima riunione a cui il protagonista assiste e a cui si lega per recuperare il sonno perduto è, non a caso vedremo, quella di coloro che sono affetti da cancro ai testicoli: “Siamo ancora uomini, uomini è quello che siamo” ripeteranno come un in mantra privato di ogni potenza. Il tema di una menomazione patologica della virilità è dunque sin dall’inizio suggerita e pare essere un elemento importante, direi basilare del film.

D’altro canto, in uno dei primi incontri tra il protagonista in veste di Edward Norton e Tyler Durden, quest’ultimo, mentre sorseggia una birra, esclama in merito alla recente esplosione di casa sua: “Poteva andarti peggio, una donna poteva tagliarti il pene mentre dormivi e buttarlo via da un’auto in corsa”. Probabile riferimento al noto caso di evirazione compiuta da Lorena Bobbit. Curioso tra l’altro il fatto che il marito della Bobbit si chiamasse “John Wayne” e fosse una ex marine, ovvero il prototipo della presunta virilità americana. Addirittura la tematica fallica chiosa il primissimo incontro tra Tyler ed Edwart Norton:

Ora una questione d’etichetta: mentre passo le do il culo o il pacco?

Ho trovato, quasi per caso, alcuni paralleli di questa perdita della virilità in campo iniziatico, ad esempio nel libro di Julius Evola “Il Mistero del Graal”. Non deve stupire un collegamento con tale ciclo di leggende, dove spesso la vicenda prende le mosse proprio dalla “terra guasta” – e quindi dall’assenza di fertilità – e della relativa malattia del Re.

“Wolfram [von Eschenbach] ha raffigurato in Amfortas il tipo del re ferito e inane in attesa dell’eroe che lo guarirà e al quale poi trasmetterà il mandato di Re del Graal. […] La caduta di Amfortas viene spiegata nel modo seguente: [in una delle sue avventure] egli finisce con l’essere ferito nelle parti virili dalla lancia avvelenata di un cavaliere pagano che si credeva sicuro di conquistare il Graal. La ferita di Amfortas permane e non è più in grado di esercitare adeguatamente la funzione di Re del Graal. Ciò significa ledere, avvelenare la virilità eroica”

D’altro canto è proprio Tyler Durden che monta falli in Cappuccetto rosso quando lavora come proiezionista, di nuovo lo troviamo a urinare nel brodo del lussuoso Pressman Hotel e sulle meringhe invece .. “…beh lo avete capito..”.

L’ultima inquadratura del film è, non a caso, un fallo tratto da un film porno.

Discesa all’Ade e Resurrezione

In presenza di questi uomini malati e disperati però il protagonista si lascia andare ad un pianto catartico che gli permette di morire e rinascere e infine di riconquistare il sonno perduto. In particolare a farlo piangere per primo è Bob, un ex culturista caduto in disgrazia in ragione dell’uso di steroidi e anabolizzanti. Ora è un padre dimenticato dai figli, in bancarotta e a cui sono cresciute le tette. E’ il mito dell’uomo palestrato in caduta libera. Ma non solo, si tratta anche di un simbolo della caduta del ruolo paterno, cui si riferiscono gli studi di alcuni psicologi italiani “non allineati” come Claudio Risé e Claudio Bonvecchio. Quest’ultimo in particolare proprio per parlare dei processi psicologici di affermazione della virilità si rifà nuovamente al ciclo del Graal e al tema della spada nella roccia nel suo “La Spada e la Corona”. Ma non usciamo dal seminato. Afferma trionfalmente il protagonista dopo il ritorno miracoloso del sonno perduto:

Neanche i neonati dormono così bene

Forse non è casuale il parlare proprio di “neonati” visto che di fatto, seppur adattato alle circostanze di una società moderna e decadente, si tratta di un vero e proprio rituale di morte e rinascita, di anabasi e catabasi.

Ogni sera morivo e ogni sera nascevo di nuovo

Più evidente di così!

Come nelle vie iniziatiche è necessario morire per poi rinascere ad una nuova vita, con un nuovo nome, una nuova identità. Così il protagonista cerva il vuoto, l’oblio del sonno, l’oblio della disperazione, per poter riacquistare la serenità necessaria per dormire.

Si tratta, per quanto traslata, di una sorta di rinascita, tanto che proprio come nelle società esoteriche il protagonista cambia nome all’interno di ogni gruppo terapeutico diventando di volta in volta “Cornelius”, “Rupert” ecc. ecc.

Il protagonista sottolinea poi che la liberazione avveniva grazie alla caduta del concetto di speranza:

Non avere speranze era la libertà

Già Pessoa, nel suo “Libro dell’inquietudine”, che sostanzialmente narra la vita dell’autore, contabile trentenne nella Lisbona d’inizio ‘900 – esistenza poi non così dissimile da quella del protagonista di Fight Club, ebbe a rilevare che “Il Sole indorerà le nostre fronti senza rughe e la brezza sarà fresca per colui che cesserà di sperare”. A proposito del concetto spirituale della morte della speranza il domenicano (in odore di eresia) Meister Eckhart disse in un suo sermone: “Quando l’anima avanza paura, speranza e desiderio sono completamente distrutti”.

Senza speranze non si cade vittime di un futuro immaginario e consolatorio ma si prende atto della realtà, anche nei suoi elementi più sconfortanti.

All’interno dei gruppi terapeutici l’autore entra in contatto con alcune forme – molto decadute peraltro – di Yoga; ma tale versione “americanizzata” di meditazione non è che un passo transitorio, poiché serve come mera consolazione e quindi si potrebbe configurare come l’ennesima fuga dalla realtà. Invece il Fight Club e più tardi il Progetto Mayhem non fuggono la realtà, piuttosto la ammettono in tutta la loro disperata totalità.

Toccare il fondo non è un ritiro spirituale, non è uno stramaledetto seminario. Smettila di cercare di controllare tutto, pensa solo a lasciarti andare, lasciati andare!

Proprio mentre Tyler brucia la mano di Edward Norton con la liscivia, gli impone di prendere coscienza della disperazione del mondo, di non ritirarsi in un mondo immaginario così come faceva nelle pratiche meditative dei gruppi terapeutici. Incredibilmente simile a quanto dice “Abraxa”, al secolo il kremmerziano Ercole Quadrelli, in un contributo di “Introduzione alla Magia quale scienza dell’Io”, pubblicazione degli anni ’20 del gruppo iniziatico “Ur”: “Disprezza la prudenza dei piccoli metodi di meditazione, che raramente son capaci di trarti via, realmente e non nella tua fantasia, dalla palude delle forme mentali e dalla prigione del cervello. Portati ai metodi diretti”

Cosa c’è dunque di più diretto di un pugno in faccia, del Fight Club, del conoscere le proprie paure e il proprio coraggio mentre, sospese le forme razionali di pensiero, si è presi nella danza mortifera della lotta ?

Il Fight Club e il Progetto Mayhem

Il “Fight Club” differisce da un qualsiasi gruppo di boxe clandestina tanto che il fine non è ne vincere ne perdere (visto che perdere in un combattimento qualsiasi è una delle prove “iniziatiche” richieste da Tyler), non è guadagnare soldi o scommettere. E’ una società virile, separata dal vissuto quotidiano (“chi eri nel Fight Club non corrispondeva a chi eri nella vita normale”) e per certi versi segreta. D’altro canto la prima regola del Fight Club era che non se ne poteva neppure parlare. Una società di maschi che cerca una propria dimensione autonoma, riscoprendo il proprio ruolo specifico.

“Siamo una generazione di uomini cresciuta dalle donne, mi chiedo se un’altra donna sia la risposta che cerchiamo”

Un antecedente storico e mitologico di questa finzione letteraria detta “Fight Club” potrebbe essere quello delle cosiddette “Mannerbunde”, le società virili proprie al mondo indoeuropeo. Potremmo definirle come confraternite iniziatiche maschili dove l’adepto, spogliatosi del suo vecchio ego, assumeva una nuova identità, non di rado abbracciando pratiche furiose di estasi.

“Nel Fight Club non era questione di vincere o perdere, non era questione di parole. Quelle grida isteriche erano raptus estatici come quelli in una chiesa pentecostale.”

Sono vari gli esempi che si potrebbero fare in questo senso: dai Luperci agli Ulfednir, passando per i sacerdoti di Apollo del Soratte, tanto per citare alcuni tra i casi più noti. I Berserker poi erano una schiera di guerrieri vichinghi, sacri a Odino, vestiti di pelle di orso, che affrontavano senza paura la battaglia, rapiti in un delirio sanguinario. Considerati in tempo di pace un pericolo per la popolazione, posti sostanzialmente ai margini della società, col tempo arrivarono persino ad assumere un ruolo da fuorilegge, percorrendo le contrade della Scandinavia e dell’Islanda compiendo razzie su razzie. Il loro possedere una personalità multipla era considerata segno di benedizione da parte della divinità e un caso famoso è Kveldulfr, un berserker in pensione che presenta però una doppia personalità, paciosa di giorno, ombrosa e violenta sul far della sera. Della doppia personalità e del tema del doppio in Fight Club parleremo a breve.

Il concetto di Mannerbunde, che evitiamo di tentare di approfondire ulteriormente in queste pagine, fu ripreso in una certa misura della cosiddetta “Rivoluzione conservatrice” tedesca. Tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo si moltiplicarono, infatti, associazioni maschili di vario orientamento, spesso composte di giovani uomini in cerca d’identità, come i famosi gruppi escursionistici detti “Vanderwogel”. Differenziati rispetto alla società civile o più spesso ad essa apertamente ostili, ricercavano nella musica, nel contatto con la natura e in una certa nostalgica marzialità un’identità perduta, poiché corrotta dal mondo borghese, economico e mercantilistico.

D’altro canto come ripete Tyler “Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca”.

Ma a dispetto delle Mannerbunde o dei Vanderwogel la crisi del nichilismo moderno e post moderno, il limite del materialismo e del consumismo non vengono affrontati dal Fight Club e poi dal Progetto Mayhem con fughe verso il passato o con romantiche evasioni, ma piuttosto si cerca di superare il nichilismo con la pratica del nichilismo stesso, si tenta di trasmutare il veleno in farmaco, combattendo “il fuoco con il fuoco”.

La stessa rivoluzione conservatrice tedesca aveva conosciuto, relativamente alla sua ala “Nazional Rivoluzionaria” la figura dell’Arbeiter, l’operaio tratteggiato da Ernst Junger. Questi descriveva nei seguenti termini la sua schiera di lavoratori soldati sopravvissuti alle tempeste d’acciaio della prima guerra mondiale:

“Figli, nipoti e pronipoti di uomini senza Dio, ai quali lo stesso dubbio è divenuto sospetto, stiamo marciando attraverso territori che insidiano la vita con le più alte e le più basse temperature. Quanto più i singoli e le masse sono fiaccati dalla fatica, tanto maggiore diviene la responsabilità riservata soltanto a pochi. Non c’è via di uscita, non c’è scappatoia laterale ne posteriore; vale la pena piuttosto, accentuare l’impeto e la velocità del processo in cui siamo coinvolti”

E ancora, sempre Junger:

“Già stanno prendendo forma anche i singolarissimi ordinamenti, le specifiche costruzioni organiche in cui il tipo umano attivo si concentra serrando le file in vista di un’azione efficacie. La loro natura somiglia a quella di un ordine monastico o cavalleresco”

L’ambiente in cui si muove l’operaio necessita della distruzione delle forme inautentiche, proprio come il progetto di Tyler Durden presuppone la distruzione del sistema finanziario mondiale:

“Soltanto il pieno sfacelo, il marasma delle vecchie strutture, lascia ad un altro campo la possibilità di rivelarsi”

In questo senso la naturale evoluzione del “Fight Club” è il “Progetto Mayhem”, traducibile come progetto “caos”. Per entrare nel progetto Mayhem è necessario superare la prova di rimanere fermi in attesa per tre giorni, senza essere minimamente incoraggiati, in un procedimento che ricorda proprio l’accettazione in un ordine monastico.

I membri del progetto Mayhem/Caos, non possiedono un nome, realizzano esplosivi a partire dal grasso umano, sono vestiti di nero, con i capelli rasati e svolgono febbrilmente la loro attività terroristica volta alla liberazione dell’uomo dai vincoli dell’economia e del consumismo; sono strettamente irreggimentati “con cellule separate in grado di agire autonomamente”, così come le definirà lo stesso protagonista al momento di costituirsi alla polizia. Sono un esempio di milizia spersonalizzata e de ideologizzata, ricordando in questo un vecchio e visionario articolo di Maurizio Lattanzio:

“Nell’apocalisse di Berlino, la forma politica […] scolpirà la connotazione […] di una figura nuova, il soldato politico nichilista, il quale proietterà la sua disincarnata immagine oltre l’epilogo del secondo millennio. I soldati politici […] non combatteranno per una ratio strategico‑militare ormai inesistente; non combatteranno per Dio, latitante tra le macerie di Berlino; non combatteranno per la Patria (con la «P» maiuscola…), ormai integralmente occupata dalle bande mercenarie […] sovietico‑statunitensi; non combatteranno per le femmine e per i bambini, ormai preda di guerra per i calmucchi ubriachi; non combatteranno per sopravvivere: altrimenti si sarebbero arresi […]. Sono le visionarie prefigurazioni nichilistiche del superuomo di Friedrich Nietzsche e, successivamente, dell’autarca delineato da Julius Evola nella glaciale scultura scrittoria di “Cavalcare la tigre”. Tra le rovine […], sorge l’uomo nuovo che affermerà i valori spirituali, aristocratici, gerarchici e guerrieri […] nell’epoca della contemporaneità nichilistica. È l’«atto del transito», che, muovendo dalla figura del soldato politico […], approderà alla Iniziazione del Nulla, stabilendo un continuum antropologico con la futura forma […] dell’aristocrazia politica composta dai soldati politici nichilisti del terzo millennio. Essi saranno gli iniziati del Nulla, ai quali, interiormente, non appartiene nessuna delle «buone e venerate cose» che corredano la porcilaia borghese, anche perché, simmetricamente, a nulla essi appartengono. Il rogo […] è la metafora storica del nichilistico rogo esistenziale della propria vita, condotta gradualmente a combustione dentro se stessi, mediante la gelida recisione delle aderenze naturalistiche che subordinano i comportamenti del singolo alla sfera vegetativa individuale, condizionata dalla bestiale dittatura della pulsione sentimentale e dell’istinto di conservazione. Per i combattenti di Berlino non esiste la paura, poiché chi non è schiavo della paura ha superato la vita; dunque, egli è il dominatore della morte. Chi non appartiene a nulla è capace di tutto. Egli, dunque, risulta […] idoneo a fini di arruolamento nell’aristocrazia politica rivoluzionaria che guiderà la guerra totale di annientamento contro il Sistema […] mondialista. Solo allora il teschio argenteo impresso sulle mostrine dell’uniforme indossata dai soldati politici […] non sarà impotente vagheggiamento nostalgico ne inerte compiacimento letterario. Questo sigillo simbolico identificherà dunque l’aristocrazia rivoluzionaria dei soldati politici nichilisti trasmutati dalla Iniziazione del Nulla, ovvero dalla «prova del Fuoco», così dis-velata da Julius Evola [nel suo “Fenomenologia dell’Individuo Assoluto”]: «Saper gittare via tutto (…) ‑ questa (…) è la prima condizione per una tale via. È l’esperienza precedente la Grande Solitudine, il deserto senza luce in mezzo a cui l’io deve consistere, mediante una forza che egli deve ‘assolutamente creare dal nulla. Di là da ciò la prova del Fuoco. (…) … generare in sé la potenza di darsi una vita superiore mediante l’incendio e la catastrofe di tutta la propria stessa vita; confermare la propria autonomia consistendo quando ogni terreno sfugge da sotto i piedi, quando non si tocca più il fondo e tutto ciò su cui prima riposava la persuasione perde ogni fermezza e si dissolve in un caos incoercibile questo è il nuovo compito. Esso investirà (…) ogni categoria della persona; può trasmutare dunque dall’ironia per ogni espressione estetica e dalla dissoluzione di ogni religiosità, sino ad una pazzia cosciente e ragionata; da un’implacabile e onnipervadente scetticismo corrodente ogni certezza filosofica e scientifica, sino alla violazione deliberata di ogni legge morale e sociale; dalla riaffermazione di là da ogni valore riconosciuto e da ogni autorità, fino alla negazione di ogni fede, ideale o entusiasmo e al disprezzo di ogni sentimento di umanità, di amore o rispetto. Infine, dalla severità di una disciplina di ascesi e di mortificazione avente in se stessa, nel suo momento semplicemente negativo, il proprio fine e la propria gioia, sino a uno scatenato orgiasmo che, nello spingerle all’estrema intensità, arda in se stessa ogni passione. Di là da tutto: saper portare all’apice tutto ciò da cui il terrore originario è esasperato, tutto ciò che il nostro essere naturale e istintivo disperatamente non vuole, saper rompere il limite e scavare sempre più profondamente, dovunque, il senso dell’abisso vertiginoso, e consistere nel trapasso, sussistere là dove gli altri sarebbero travolti. Nulla deve più esistere, a questo punto, che possa venire rispettato, nulla che si senta di non essere capaci di fare. (…) una dipendenza non è migliore di un’altra e lo scopo non è di cambiare padroni (legge del bene, dello spirito, della libertà, ecc.), sibbene di riaffermare l’io sopra ad ogni correlazione, qualunque essa sia ‑ di farne qualcosa di agile, di duro, di freddo, di inafferrabile, di pronto, qualcosa che è libero in questo suo vivere pericolosamente come potenza negatrice di ogni determinazione e di ogni appoggio”.

Seppure si tratti di una citazione – molto lunga ma non per questo meno preziosa – che tocca argomenti distanti dalle intenzioni di questo articolo, le affinità tra la forma spersonalizzata delle “scimmie spaziali” di Tyler e questo “soldato politico nichilista” sono evidenti. Ed altrettanto evidente è la pratica consapevole del nichilismo, il tentativo di trasmutarlo e di superarlo verso nuove forme rivoluzionarie, indipendenti sia dalla ratio capitalistica che da quella marxista, senza nostalgie, ma avanguardisticamente proiettate verso il futuro.

Come nel Gruppo di Ur: la creazione cosciente del Doppelganger

Vale la pena di affrontare ora il tema dello sdoppiamento di personalità cui va incontro il protagonista del nostro film. A partire dalle crisi di insonnia e mediante l’escamotage di alcune visioni subliminali Edward Norton intravede per la prima volta le immagini di Tyler Durden.

Nell’antichità la visione di un doppio (il c.d. “doppelganger”) era spesso interpretata come segno di sventura, come un presagio negativo e spesso mortifero, soprattutto quando tale doppio recava nefandi messaggi di avvertimento. Eppure ad un livello più interno c’è chi ha parlato coscientemente del tema del doppio in fatto di interiorità.

“Sappi che il segreto dell’avviamento sta nel creare in te un esser due. Devi distaccare un principio superiore”

Parole del già citato Abraxa il quale consiglia al neofita la creazione cosciente di un doppio all’interno della propria vita interiore. Un doppio che sia in principio soprattutto un capo, un re, un modello da seguire. Fintanto che tale doppio sarà un principio superiore che subordina l’interiorità del novizio saremmo secondo Abraxa in una fase “mistica” e contemplativa, quando l’iniziando si identificherà invece con il principio superiore stesso si raggiungerà una fase propriamente “magica”. Identiche visioni sono rintracciabili in alcune scuole Zen.

La somiglianza tra questa pratica cosciente di ideazione del doppio e il doppio Brad Pitt – Edward Norton è certamente calzante. D’altro canto è proprio Brad Pitt/Tyler Durden che si dichiara “il liberatore che ha riallineato le mie percezioni”. Ma, proprio come suggerito da Abraxa, l’iniziando non deve fermarsi allo stato di neofita e seguace del doppio, deve andare oltre, deve assumere egli stesso il ruolo di re interno. E così nel film alla fine il discepolo Edward Norton, sottolineando di avere gli occhi aperti uccide il suo maestro, come nel noto motto Zen “Se incontri il Buddha uccidilo!”. Tra l’altro non è l’unico collegamento con il Buddhismo delle origini, visto che l’abbandonare la casa e il partire per una vita ascetica è uno dei tratti distintivi del vero buddhismo così come il protagonista abbandona i suoi scintillanti beni terreni per andare a vivere in una zona di residui tossici all’interno di un caseggiato fatiscente.

La piccola e la grande Guerra Santa

Nella scena più nota del film Tyler Durden parla ai membri del Fight Club, ricordando la loro disillusione nei confronti dei mass media, dei messaggi carrieristici della società dello spettacolo, della disaffezione verso l’inutilità degli oggetti del consumismo, alla ricerca di un significato più profondo dell’esistenza. Per farlo però non accenna a problemi di terzomondismo, non utilizza una dialettica propria ad esempio al materialismo storico, piuttosto afferma:

“Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.”

Per chi ha letto il famoso capitolo di Julius Evola “La piccola e la grande guerra santa” contenuto in “Rivolta contro il Mondo Moderno” l’affinità è evidente. Qui l’autore richiama la divisione maomettana della guerra santa in “grande” e “piccola”. Per piccola si intenderebbe quella esteriore, fatta dall’opera di guerra agli infedeli, meno importante rispetto alla grande guerra santa, quella interiore.

Tale grande guerra santa interiore, spirituale, avrebbe il significato attribuitole, tra gli altri, dai Sufi. Infatti nell’interiorità dell’iniziando una guerra interiore si scatena tra un principio superiore e uno inferiore, ricorrendo in questo il tema dell’interno comandare e obbedire proprio alla dicotomia “maestro discepolo”, della cui creazione abbiamo poc’anzi parlato.

Colpisce che prima un libro di un autore americano e successivamente la sua versione cinematografica parlino di un concetto così esoterico, particolare e facilmente mal interpretabile come quello di “guerra santa”.

Via della mano Sinistra?

“I nostri padri per noi erano come Dio, se loro se la svignavano questo cosa ti fa pensare di Dio? Stammi a sentire, devi considerare la possibilità che a Dio tu non piaccia, che non ti abbia mai voluto, che con ogni probabilità lui ti odi, non è la cosa peggiore della tua vita? Non abbiamo bisogno di lui! Al diavolo la dannazione e la redenzione, siamo i figli indesiderati di Dio? E così sia!”

Se come via della Mano sinistra possiamo definire quell’attitudine spirituale, quella Via, che punta a diventare noi stessi Dio, all’emancipazione spirituale attraverso ciò che è proibito dall’ortodossia (le donne, la violenza) ecc. ecc. giova far notare alcuni punti di contatto tra tale Via e le vicende del nostro protagonista.

Questi infatti dopo aver trovato la pseudo soluzione dei gruppi terapeutici perde la capacità di dormire proprio dopo aver incontrato all’interno di tali gruppi una donna, che si finge come lui, malata, Marla Singer, “la grande falsona”, con la quale stipula un accordo per non incontrarsi mai più. Nel colloquio con Marla torna il problema della virilità, tanto che al momento di spartirsi il gruppo sul cancro ai testicoli Marla esclama “Tu li possiedi ancora i testicoli?”.

Dopo l’inizio del Fight Club, Marla Singer torna a farsi sentire inscenando un tentativo di suicidio non privo di una certa comicità noir, incontrando l’infastidita indifferenza di Edward Norton. Al contrario Tyler Durden/Brad Pitt da inizio ad un rapporto piuttosto folle con la stessa Marla basato su di un sesso totalmente staccato da qualsiasi sentimentalismo, quasi “tecnico”.

Potremmo persino leggere in questi episodi un collegamento all’utilizzo del sesso ai fini di una pratica spirituale che unita peraltro all’emancipazione spirituale rispetto all’amore di Dio, si configuri come una Via della Mano sinistra.

Ritengo che tali accenni non debbano essere però portati troppo in là, pena il voler trovare significati a tutti i costi all’interno del film in oggetto. E’ vero però che grazie a questa breve disamina possiamo già affermare di trovarci di fronte ad un’opera che nel panorama cinematografico contemporaneo risulta poco allineata e disturbante, che si configura quasi come “erronea” rispetto alle dialettiche interne al consumismo hollywoodiano. Oltretutto il film propone, continuamente, il tema di una virilità perduta da riconquistare, del significato della mascolinità, della sua funzione rivoluzionaria rispetto alle mollezze delle mode contemporanee, del fascino della confraternita marziale votata all’annientamento. L’iconoclastia anti consumista del film non si risolve a nostro parere in un mero atteggiamento “no global”, non fa riferimento a sensi di colpa terzomondisti, ma piuttosto si esplica in una ricerca iniziatica che deve e può risuonare come esempio per chi non è disposto a vivere passivamente il tracollo della modernità; accettando il fatto che tale ricerca non sia priva di dolorosi punti di arresto, trasmutabili all’interno di una continua discesa agli inferi (“toccare il fondo” per dirla alla Tyler Durden), perché come affermò quel grande disvelatore del nichilismo, Friedrich Nietzsche, “Affinché un albero possa toccare il cielo con i suoi rami deve affondare le proprie radici nell’inferno”.

Testo di AA, foto dal web