La Processione dei Serpari a Cocullo, un mistero senza tempo
“Nella forza e nella semplicità della nostra terra d’Abruzzo, rimasta così profondamente italica, nella bellezza del suo suolo, nella solennità dei suoi riti, nella rudezza dei suoi costumi, il nostro ideale di arte si integra e si esprime. La persistenza qui più che in qualsiasi altra regione di antichi miti pagani, la sopravvivenza di un primitivo panteismo come forza immutabile nell’anima del Popolo, la sovrapposizione e confusione dei miti con quelli cristiani, danno ad usi, costumi, credenze quella singolare varietà e ricchezza che affascina noi scrittori ed artisti”.
Così Basilio Cascella, insigne pittore pescarese, capostipite di una famosa famiglia di artisti contemporanei, si espresse ne “L’illustrazione Abruzzese” del 1894, descrivendo il significato della sua opera “Il Suono e il Sonno”, e cogliendo -forse più di chiunque altro- il profondo legame che da sempre, in barba alla globalizzazione ed alla modernità, unisce l’Abruzzo, lo spirito senza tempo della natura incontaminata, e il suo popolo antico, forte e gentile come la terra che l’ha generato.
La Processione dei Serpari a Cocullo, paesino di poche centinaia di anime abbarbicato su un costone di roccia nella valle Peligna in provincia de L’Aquila, si accomoda perfettamente a questa descrizione: anche a distanza di cent’anni – e in vero anche a distanza di migliaia d’anni – dal momento che la festa rappresenta una delle cerimonie sacrali più antiche d’Europa.
Ogni anno il primo di maggio (in origine il primo giovedì di maggio) si celebra infatti a Cocullo un antichissimo rito.
Come recita il cartello giustappunto posto all’ingresso del paese, Cocullo è il paese dei ‘serpari’, figure tra il mitico e il folcloristico, che già Virgilio ebbe modo di celebrare nel libro X dell’Eneide nella figura di Umbrone, giovane serparo dei Marsi, sacerdote, medico e incantatore di serpenti, alleato di Turno nella guerra contro Enea, e per questo ucciso dal mitico progenitore dei romani; non senza fatica, in verità, avendo Umbrone dimostrato tutto l’eroismo di questa mitica stirpe preromana, dura e solida come i monti da essa abitati sin dalla notte dei tempi.
Il rito processionale, ad onor del vero, è solo l’ultimo atto di un cerimoniale che comincia più di un mese prima: alla fine di marzo, infatti, col risveglio della natura, i serpari si recano sui monti circostanti in cerca dei rettili. Sono perlopiù serpi innocue, non velenose quali il cervone, il saettone o la biscia dal collare. Una volta catturate, vengono custodite dai serpari e dalle loro famiglie con amorevole cura in teche di legno (in tempi remoti dentro contenitori di terracotta) per circa venit giorni, nutriti –dice la tradizione- con topolini di campagna e uova sode.
Il primo di maggio i serpenti vengono dunque posti in sacchi di iuta e a mezzodì, quando inizia la processione, dopo il compimento di una serie di riti minori, tanto oscuri quanto antichi, la statua del patrono di Cocullo, San Domenico, viene portata all’esterno della chiesa omonima e vestita con le serpi, poste a mò di corona e di gorgiera sulla testa e intorno al collo del Santo.
La processione poi prosegue per tutto il centro storico, compiendo un percorso esattamente circolare: durante il passaggio i serpari, in devoto ordine dietro al Santo, mostrano ai fedeli e ai cittadini che assistono in religioso silenzio altri rettili catturati, porgendoli affinchè i presenti possano, toccandoli, prendere la benedizione del Santo con tutti i benefici che ciò comporta.
Al termine della festa, le bisce vengono riportate al loro habitat naturale dai serpari.
La festa ha sicuramente origini pagane, non essendo difficile scorgere in essa lontani echi dei riti in onore della Dea Angizia, venerata in tempi immemorabili presso gli antichi Marsi. Il mito vorrebbe Angizia sorella di Medea e di Circe, ma unica tra costoro a ricevere gli onori divini, proprio grazie alla sua conoscenza delle erbe e della magia a scopo terapeutico.
Probabilmente Angizia fu una divinità di origine frigia, il cui culto si legava al mondo ctonio dei serpenti, come peraltro testimoniano innumerevoli ritrovamenti archeologici e diversi toponimi locali abruzzesi (ad es. Pettorano sul Gizio). Notorio è il manufatto raffigurante la Dea con in mano un rettile, rinvenuto nei pressi del lago del Fucino, presso le cui sponde abitavano i Marsi.
Altri studiosi al contrario, riconducono la processione ad un sempre precristiano culto di Eracle, come peraltro parrebbero confermare sempre ritrovamenti archeologici avvenuti a poca distanza dal centro del paese. A Casale, infatti, frazione proprio sotto Cocullo lungo la strada verso Scanno, sono stati rinvenuti bronzetti votivi raffigurante Eracle il cui mito è associato egualmente ai serpenti, avendone l’eroe strangolati nella culla alcuni, dopo che furono inviati da Era per uccidere l’illegittimo figlio di Zeus.
I cocullesi tuttavia non si curano –almeno apparentemente- di quanto fu nel passato: a loro è bastevole il sapere che, celebrando i riti in onore di San Domenico (un monaco benedettino che intorno l’anno mille girovagò tra Umbria, Lazio e Abruzzo, fondando monasteri) si preservano per tutto l’anno dal mal di denti, dal morso dei serpenti velenosi, dagli influssi malefici e dalla febbre.
Una cosa è certa: questa festa, ripetuta puntualmente sin dalla notte dei tempi, ha contribuito nell’antichità e sino a tempi relativamente recenti, a costruire la solida fama dei Marsi quali ottimi guaritori e maghi, immuni dai morsi velenosi, la cui arte, trasmessasi presumibilmente di padre in figlio attraverso i secoli, si sarebbe così conservata fino ai giorni nostri.
Come giustamente arguì Cascella nel brano su riportato, malgrado l’avvento del cristianesimo nella Marsica come altrove in Abruzzo, molti riti pagani non vennero subito abbandonati, ma continuarono a sopravvivere nel mondo rurale e pastorizio per secoli sino ai giorni nostri, camuffati nel folclore locale, nelle leggende, e in innumerevoli gesti, oggetti e espressioni, con i quali si potrebbero riempire intere biblioteche.
E come altrettanto correttamente ha osservato la studiosa Antonella Bazzoli (ne “Il ritorno dei serpari”, articolo pubblicato in “Medioevo” nel maggio 2010), “Il processo di assimilazione al nuovo credo cristiano fu lento e graduale, e finì per attecchire più facilmente laddove le nuove figure dei santi venerati dai cristiani riuscirono a far propri attributi, simboli e tradizioni già appartenuti a divinità preesistenti.
Processi sincretici che sarebbero culminati, nel caso di Cocullo, nel culto medievale per l’abate San Domenico, la cui figura di santo taumaturgo cominciò ad essere invocata solo a partire dall’ XI secolo, prendendo su di sé caratteristiche dei culti precedenti legati ad Angizia, già appartenuti alla cultura italica dei valorosi guerrieri e guaritori Marsi”.
In un’epoca di massificazione, di materialismo, di appiattimento e di storture, Gentes non poteva ignorare quest’autentica e sincera dimostrazione del più autentico spirito dei popoli italici ed europei. Ci auguriamo che l’anno prossimo, i nostri sostenitori ci raggiungano numerosi a Cocullo per riassistere ad un autentico pezzo dell’antichissima storia del nostro continente.
Testo a cura della Redazione
Foto di Vincenzo Notaro









