I Lupi del Soratte

I Sacerdoti di Apollo e il culto del Fuoco

Dall’analisi di opere dimenticate di Dumezil e Haudry emergono nuove interpretazioni sul culto iniziatico degli enigmatici sacerdoti del monte Soratte.

È Virgilio nella sua Eneide a fornirci una della più note testimonianze sul culto che avveniva sulla sommità del monte Soratte: «Apollo, protettore del santo Soratte: tu cui sale la vampa del rogo di pini sul quale noi montiamo adorandoti, calcando i nostri passi attraverso le fiamme sull’alta brace».

L’Eneide, sarebbe, oltre che un capolavoro senza tempo della letteratura latina, anche una fonte di primissimo piano per carpire il retaggio dei popoli di lingua e cultura indoeuropea dai quali discendevano gli antichi latini, così come i greci, gli italici, i germani, i celti e gli indoari.

A rilevarlo con prove molto consistenti è G. Dumezil, tra i più grandi pionieri della mitologia comparata, nel suo Mythe et épopée del 1968, anche se questa lettura dell’opera virgiliana è ancora oggi ignota al grande pubblico.

Il riferimento virgiliano al culto di Apollo Sorano è prezioso poiché ci fornisce una testimonianza coeva di come i sacerdoti del Soratte rendevano onore a questo nume. Sappiamo che i popoli italici che abitavano l’area del monte – Falisci, Sabini e Latini – così come gli enigmatici Etruschi, veneravano anticamente il dio Soranus o Suri, letteralmente “il nero”. Tale dio non veniva indicato direttamente ma soltanto attraverso la sua caratteristica più evidente, la sua oscurità, poiché, come credevano gli antichi, nominarlo sarebbe equivalso a renderlo attivo e magicamente presente. Soranus era una divinità del sottosuolo e si manifestava principalmente mediante vapori dal sottosuolo ed effluvi sulfurei, molto frequenti proprio nell’area del Soratte.

Secondo l’autore Servio, mentre veniva officiato un sacrificio sulla sommità del monte, un branco di lupi si palesò per rubare le carni dal fuoco sacrificale. Gli officianti il rito si misero all’inseguimento di quel branco, finendo in una delle grotte carsiche tipiche del Soratte dalla quale giungeva un’aria miasmatica che generò tra di loro una mortale pestilenza. Si arrivò a determinare che tale pestilenza era dovuta al fatto di aver cacciato quegli animali e che per placare l’ira del Dio si rendeva necessario assumere le usanze proprio di quei lupi.

Da quel momento i sacerdoti divennero gli Hirpi Sorani, letteralmente i lupi del Soratte e furono autorizzati a perpetrare il rito e vivere secondo loro specifiche regole, in particolare vivendo rapto, ovvero di rapina, proprio come quei lupi che predarono il fuoco sacrificale. Questa leggenda sottolinea la sacralità del lupo, sia presso i popoli italici come i falisci, che presso i latini, che ne fecero un animale sacro a Marte, tanto che una lupa, come tutti sanno, allatterà Romolo e Remo, presso il Lupercale.

Per quale motivo Sorano, divinità del fuoco sotterraneo, fu associato con Apollo?

Ad una attenta analisi la cosa non stupisce. Andando infatti a scavare al di là dell’immagine stereotipa che ci deriva dalla pubblicistica moderna, quella di una divinità luminosa e poco minacciosa, Apollo risulta invece, come rileva Haudry nel suo Le feu dans la tradition indo-européenne, strettamente legato all’elemento fuoco. E non un fuoco qualsiasi: Apollon Lykeios, il lupo del vento, patrocina le fonti sulfuree che provengono dal sottosuolo ed i venti infuocati. Egli stesso è il fuoco più importante, quello del cielo, il Sole. È il dio degli Iperborei che diviene presso il Soratte il sole interiore, nascosto e ctonio.

Per certi versi potremmo tentare un parallelo, ardito ma affascinante, tra Apollo Sorano e il Sole Nero. A questo punto è la mitologia comparata che ci viene in soccorso per fare luce sulle profondità archetipiche sottese al dio Apollo Sorano. In prima istanza l’associazione tra il sole e il lupo non è casuale. Sappiamo dalle fonti islandesi che il lupo Skol insegue costantemente Sol, divinità femminile del Sole. Anche il lupo Skol è dunque un lupo del vento. Presso le divinità norrene poi, troviamo il briccone Loki, il cui appellativo tradisce il suo essere anch’esso un vento infuocato: il suo nome infatti si lega al tedesco Luft, aria e al norreno Logi, fiamma.

Nelle avventure tramandateci dalle Edda egli si sposta spesso volando e darà poi alla luce, guarda caso, ad un lupo, Fenrir. Anch’egli poi è legato alle esalazioni sulfuree. Dobbiamo proprio a Dumezil, nel suo Loki, la notizia che nel folklore islandese sono detti «odori di Loki» i fetori sulfurei, i fuochi fatui e ogni forma di esalazioni ignee provenienti dal sottosuolo.

Negli inni vedici indiani, una delle fonti indoeuropee più antiche di cui disponiamo, si parla di Rudra, signore degli animali selvaggi e dei lupi, divinità infuocata di colore rosso. I suoi compagni sono guarda caso “i venti”, gli scatenati Marut, una società iniziatica, molto simile agli Hirpi Sorani. Negli inni vedici, tali Marut fanno tremare la terra mentre marciano, ma al tempo stesso la fecondano, ricordando da vicino la confraternita lupesca dei Luperci di Fauno, celebrata solennemente il 15 febbbraio a Roma, quando partendo dal già citato Lupercale giovani aristocratici correvano discinti per le strade frustando i ventri delle giovani donne in cerca di gravidanza.

Sappiamo inoltre che Loki – padre di Hel, signora sotterranea dei morti – nel Ragnarok, formerà una schiera di giganti e mostri come il lupo Fenrir, capitanata dall’elementare del fuoco, Surtr. Questo appellativo norreno, Surtr, significa proprio “il nero” e ricorda così da vicino l’italico Suri o Sorano, il fuoco nero appunto.

Bastino questi brevi esempi per dimostrare come lo studio della mitologia non sia un mero orpello specialistico o un progetto di evasione in un passato idealizzato: è invece la riscoperta di quelle radici europee ben più antiche e radicate nel territorio rispetto a quelle posticce delle ideologie contemporanee.

Quale compito ci consegnano queste radici?

Quello di far scaturire un nuovo inizio, così come fecero i Luperci propiziando il rinnovamento, a partire da quel Lupercale dove la forza numinosa della fondazione di Roma aveva tratto origine e vigore.